L’odissea dei dipendenti dell’azienda Papino, senza stipendi nè cassa integrazione

In un contesto di drammaticità lavorativo causato dalla crisi per il Coronavirus, si aggiunge il dramma di 25 famiglie dei dipendenti dell’Azienda Papino, di cui ci siamo già occupati in passato.  A fare il punto della situazione attuale è Rosario Cusmano, RSA Fisascat Cisl. Il dipendente/sindacalista, ripercorre la vicenda della cessione del ramo d’azienda della famiglia Mazzeo alla Papino, che, sin dai primi mesi dimostrò una condotta aziendale “alquanto discutibile”. Dopo la chiusura del punto vendita di Maregrosso, con il conseguente spostamento del personale anche in altre province siciliane, iniziò una fase discendente dell’azienda. Diversi dipendenti gettarono la spugna rassegnando le dimissioni, altri, non avendo alternative, rimasero stoicamente all’interno dell’azienda. Successivamente avvenne la chiusura anche del punto vendita di Tremestieri con la contestuale richiesta dei dipendenti di dimettersi dalla “Papino Spa”  per essere assunti dalla E.G. Srl, con condizioni contrattuali di lavoro a tempo determinato ambigue e molto molto discutibili, comunicate solo dopo aver effettuato le dimissioni. Questo “passaggio” comportò una perdita di mensilità arretrate mai recuperate. Successivamente chiude anche il punto vendita di Milazzo e altri della Sicilia. Il tutto comportò ben 80 licenziamenti, ritirati dopo l’intervento di sindacati e del ministro del Lavoro Nunzia Catalfo, per avviare la procedura della cassa integrazione. Nel frattempo, il tribunale di Catania, dichiara l’azienda insolvente nominando un commissario giudiziale, nella persona dell’avv. Marco Spadaro. Nell’ennesimo cambio di scenario, durante il quale si riaprì nuovamente la richiesta di cassa integrazione, arriva l’ennesima doccia fredda: il Coronavirus.

Al netto di tutta la situazione, a farne le spese sono i lavoratori che, oltre ad attendere diverse mensilità arretrate da quasi un anno, aspettano ancora la cassa integrazione che, pare, non sia stata concessa per “errori” dei consulenti dell’azienda Papino commessi nei moduli da compilare e consegnare al ministero. Pertanto i lavoratori dell’azienda Papino, oggi si ritrovano in un “limbo” nel quale non risultano licenziati, né cassintegrati, ma in attesa di un futuro incerto, reso complicato da una burocrazia folle che, solo nel nostro Paese, consente che avvengano queste incredibili situazioni.