In perfetto equilibrio sulle parole, una strepitosa Serena Balivo al Cortile

Primo spettacolo a palazzo Palazzo Calapaj-D’Alcontres nell’ambito del Cortile – Teatro Festival, che in occasione della sua X edizione ha addirittura triplicato le location, “L’inferno e la fanciulla”, scritto da Mariano Dammacco e dall’interprete Serena Balivo, Premio Ubu 2017 nella categoria “Nuova attrice o performer Under 35”.

La Balivo si presenta al cospetto del pubblico in abiti da scolaretta e con un must irrinunciabile ai piedi, almeno per i bimbi degli anni Settanta: le simpatiche topolino con gli occhi.

Giunta l’ora del debutto in società, il primo giorno di scuola, ci si domanda cosa si sia fatto di male per subire una simile punizione. Non le scarpe, s’intende. Piuttosto la vita, oltre la soglia di casa.

Comincia da qui, e presumibilmente dai codini in testa, il viaggio all’inferno compiuto da una stravagante fanciulla dall’accento britannico e la passione per la pipa: poesia a fiumi. Ché, se ti fermi a pensare, i giochi delle altre bambine durante la ricreazione sono parecchio tristi e persino il classico nascondino sa trasformarsi in un gioco di seduzione in nuce, la famiglia inventata espressione di un patriarcato inciso nel proprio DNA. Le bizzarrie della fanciulla risultano pertanto invise da un mondo precostituito evidentemente poco incline alla fantasia, men che meno all’accettazione del dubbio, ai sentieri irregolari della mente.

Serena Balivo, sorprendente nel manifestare la costrizione dentro un corpo troppo piccolo per contenere pensieri adulti, s’appresta a un passaggio cui di fatto occorrerebbe sempre tempo. Crescere, dentro i ranghi delle istituzioni cui fa capo la scuola, è il mestiere più complicato. Come compiere un viaggio agli inferi, senza guida e in mezzo a quelle fiamme che divampano dentro e divorano un fuori per il quale è poca cosa l’ombrellino trasparente. Pochi istanti d’illusione, come i pompieri del disegno d’un bambino dalle guance rosa e dagli occhi bellissimi, primo scampolo d’amore, che diventano diavoli nel mondo immaginario della fanciulla. Pochi istanti per comprendere che la condivisione è un miraggio, che si nasce e si esiste soli, anche quando la morte è un concetto ancora parecchio distante per essere scrutato da vicino.

Ci si potrebbe chiudere dentro a una fortezza. Affrontare il nemico e sconfiggerlo. Ma a cosa servirebbe se l’andatura per stare al passo della vita deve essere lenta e la mente crea già abbastanza fantasmi?

Il monologo trae forza dalla scrittura: un raffinato scarabocchio sul foglio bianco della fanciulla. S’aprono spiragli di perspicuità quando, adeguate musica e luci, si partoriscono riflessioni consapevoli, adulte. E lì si comprende di come tutto sia andato diritto o storto a partire dal debutto in società. Pensieri che accapponano la pelle.

Nulla di ciò sarebbe stato possibile, nulla di quanto accaduto sulla scena avrebbe investito lo spettatore se Serena Balivo non avesse prestato il suo corpo tutto alla causa. Dalla modulazione della voce infantile alla meccanicità in asincrono dei gesti forzatamente incapsulati dentro un mondo che esige disciplina, dal tono adulto all’allungamento di fasce muscolari tese come corde di violino al sopraggiungere della consapevolezza, l’attrice ha camminato in perfetto equilibrio sulle parole, dando prova di grande versatilità e destrezza nel riempire di sé ogni centimetro di spazio.

I mostri attorno non si vedevano, ma se ne percepiva l’orrore. Sembianze che negli anni assumono contorni differenti, nella verosimiglianza tuttavia dei riverberi. Il futuro rimane una proiezione e su questa proiezione s’abbarbica uno spettacolo dai molteplici spunti, dalle infinite chiavi di lettura.

La paura sempre dietro l’angolo: nascosta nell’inafferrabile, nell’ignoto, nel caos. L’inferno non sa essere rassicurante. Intanto l’ironia si mescola alla ferocia, talora al più lucido cinismo.

La fanciulla, chiamata all’arduo compito di diventare adulta, deve fare i conti con scelte, rinunce, liberi atti di volontà che deviano verso direzioni più opportune, lasciando in bocca quel gusto amaro dell’imposizione. Come quel primo giorno di scuola, ineludibile.

“L’enfer, c’est les autres”, avrebbe detto Jean-Paul Sartre alla fanciulla. O forse lo avrebbe detto a tutti noi. Così squisitamente e maledettamente, ancora adesso, dentro ai suoi abiti da scolaretta. Le scarpe con gli occhi no, però. Almeno di quelle, pare, ci siamo liberati.

Dopo gli applausi, calorosi e meritati alla Balivo, Roberto Zorn Bonaventura e Giuseppe Giamboi ringraziano il pubblico, accorso numeroso all’evento.
Ci si alza da lì, deliziato il cuore, e ci si appresta a deliziare il palato con le prelibatezze del ristorante ‘A Cucchiara, da anni parte integrante della rassegna. Una serata senz’altro piacevolissima. Nelle orecchie ancora la vocina di Serena Balivo e di ciò che un tempo anche noi siamo stati.