L’anima nera di Medea nel linguaggio policromo e aspro della Calabria

Primo evento teatrale della rassegna estiva “MuME20 OFF” nel giardino del Museo Regionale di Messina. Clan Off e l’Associazione culturale Clan degli Attori, dopo le misure di contenimento del Covid-19 che hanno imposto anche e soprattutto al settore dello spettacolo lunghi mesi di inattività, aprono nuovamente le porte al teatro. Con il sostegno della Rete Siciliana di Drammaturgia contemporanea Latitudini e  uno spazio entro cui riflettere ancora una volta sul presente dentro i confini dell’arte, Giovanni Maria Currò e Mauro Failla incanalano nel solco della drammaturgia contemporanea l’urgenza di ripartire. E lo fanno con la forza di certo teatro e la cooperazione di artisti di grande levatura.
Lo spettacolo andato in scena ieri ha inteso rileggere e attualizzare il mito di Medea, senz’altro uno dei più affascinanti del mondo antico. Ché Medea è maga, amante, madre e, come tale, agitata dalle passioni cui si imputano i gesti inconsulti e quelle efferatezze che hanno fatto di lei il prototipo della donna senza scrupoli tanto cara alla letteratura e al teatro. 
“Intr’a Medea” di Germano Marano e Daiana Tripodi, con Daiana Tripodi, i costumi di Umay Kuo e le musiche Mattanza, è il monologo che dà voce alle ferite di un’anima. Ed è anche il viaggio alla scoperta dell’io più profondo di una donna che desta ancora turbamento, sovvertendo le regole dell’assennatezza, del confortevole equilibrio. 
Comu pozzu jeu jettari sangu!“ è l’ouverture di quel dramma che dal linguaggio policromo e aspro della Calabria trae ulteriore possanza, mentre s’adagia sulla superficie dell’ancestralità del male e profonde dolore, disperazione, ira.
Medea incede verso il palcoscenico come un condannato a morte. Poi accende due candele e si appresta al rito della propria esistenza. Indossa un abito nuziale, ma fa presto a sfilarselo, salvo poi riverirlo appeso, aspergendolo e carezzandolo. Medea è dunque vestita di nero, possiede un’anima nera, è mossa da pensieri parimenti neri. 
Detonano uno a uno i freni inibitori dell’agire e va di scena l’orgoglio ferito che divora ogni cosa. Quando del resto il dolore è troppo grande da sopportare occorre spargerlo, disperderlo nello stesso mondo iniquo che lo ha generato. E tanto più si è avvezzi all’esasperazione dei moti dell’animo, buoni o cattivi che siano, quanto meno si tende al ritegno, alla liceità. 
La Medea di Marano e Tripodi, drammaturgicamente costruita sulla scorta di Euripide, Heiner Müller e Christa Wolf, è capace di urlare, di sussurrare, tacere sul tracciato impazzito del proprio turbamento. Risucchiata nel vortice delle passioni, Medea è senza freni. Per amore di Giasone ha tradito, ha ucciso. Non meritava d’essere tradita a sua volta. “E dopu tuttu chiddu chi jeu fici pè tia, tu, u chiù disgraziatu tra tutti l’omani, mi tradisti e ti procurasti nu lettu novu”.
Dai gesti e dalle parole di Medea si intuiscono i venti delle passioni che la agitano, cui concorre la buona interpretazione di Daiana Tripodi, complice affettivamente con il personaggio, credibile, riguardosa dei ritmi scanditi a livello testuale e capace di incarnare Medea assegnandole e assegnandosi i legittimi colori emotivi. 
Allora Medea allatta e canta la sua ninna nanna a quei due innocenti che sembrano angeli. Un istante e sono volati già via. 
Due ceste vuote. Il sangue che non si vede, ma si sa. Il dramma. Il teatro a spargerlo. E riviverlo, all’infinito. Soggiacendo al sacrifico più grande: quello di stare in questa vita pure che non si voglia.