Le tinte schiette di Pitrè nel cunto di Giuseppe Provinzano

Sagome di case e minuscoli individui, bottiglie di vino, bicchieri, campanelli, candelabri e Ferrazzano, di bianco vestito tra il bianco della scena ove si posano i led telecomandati e le storie che la animano. In sottofondo la famiglia altoborghese cantata in “Ottocento” da Fabrizio De André. 
All’ingresso dell’ultimo spettatore comincia il gioco di cunti e parole escogitato da Giuseppe Provinzano per narrare le peripezie dell’astuto personaggio sgorgato dalla penna di Giuseppe Pitrè. E sono le “tinte schiette” di quella produzione letteraria cui la Sicilia deve larga parte delle tradizioni popolari ottocentesche, sono le voci di un mondo che non c’è più a esigere d’essere eternate.
“Comu veni Ferrazzano”, produzione Babel, in scena al Cortile Teatro Festival a cura di Roberto Zorn Bonaventura e Giuseppe Giambò, rende pertanto omaggio al passato, coi mezzi atti a reinterpretarne lo spirito e reinventarne gli scenari, buoni in tal caso per tutte le stagioni grazie al sapiente utilizzo di linguaggi performativi che ne amplificano la gittata. 
L’homo narrator, mosso in ogni tempo dall’urgenza di dire, riveste un ruolo particolare negli attuali scenari del teatro e, più in generale, della società laconica del presente. Il fragore, sia chiaro, s’avverte. Ed è molte volte caos. Mancano tuttavia, oggi, i simboli, le assennatezze, i giudizi del passato: fari illuminanti ove si intenda disseppellire il tempo, dissotterrare le radici, ricostruire se si vuole la favola del vivere. 
A Provinzano, per far ciò, sarebbe bastato raccontare le storie dell’alter ego scaltro di Giufà, eppure l’artista palermitano opta, nella duplice veste di regista e attore, per un esperimento scenico che prende letteralmente per mano lo spettatore e lo conduce in una dimensione reale e immaginifica allo stesso tempo. Ché del resto le parole estratte dalle bisacce si prestano alle storie, come le storie alle parole, in un continuo rimbalzo tra i fatti e il vernacolo da cui traggono colori sgargianti le passate esistenze, per assegnarli alla bianca scena di Petra Trombini.
Il clima è quello della Sicilia che vive di peripezie, di “pinzate”. Ci si attrezza per sopravvivere alla povertà, al malaffare. Così che Ferrazzano e i personaggi che vi gravitano attorno sembrino ridisegnare i confini di quell’universo ben noto cui Boccaccio ha dato voce nel Decameron. Un salto temporale significativo, ma è il fil rouge che lega gli uomini d’ogni epoca alle prese col mestiere malagevole del vivere. 
In modo che dall’asino di Capaci al mercante napoletano, dal compare calabrese alla testa dura si intreccino le trame di un mondo di prostitute, militari, ladri, “scimuniti” che reclama a gran voce d’essere “cuntatu”. E a Giuseppe Provinzano si riconosce lo strabiliante talento nel prestare tutto sé stesso all’industrioso Ferrazzano, che di cose ne ha fatte assai, che ha tirato pure a campare e che ora deve “cuntari” il suo tempo, la sua Sicilia antica, paradigma, non si dimentichi, di una umanità intera, vera, perennemente desta sull’ancestrale bisogno di sopravvivenza. La medesima umanità che si adopera come può per accumulare onze e intanto frega e fregando vive e “comu veni si cunta”, in nome dell’incrollabile fatalismo isolano che ci ha resi ciò che siamo. 
Ferrazzano è uno ed è mille individui in una volta, con tutti quanti gli istinti, le contraddizioni, le miserie, le vigorie di un uomo fra tanti. E, tra un bicchiere di vino e l’altro, racconta la sua storia attraverso rivoli di parole che spalancano universi, come dentro a scatole cinesi. “Accussì a fici e accussì va cuntu”. Senza infingimenti. Perché il tempo ha già spazzato via il giudizio morale. Perché i vizi di ieri si rimpiccioliscono innanzi alle abiezioni ben vestite del presente. Perché le parole possiedono ancora la forza di affrescare la realtà. 
Il ritmo che Provinzano sceglie per il suo cunto non è esattamente quello sincopato di antica tradizione e ciò fa sì che la narrazione si fregi di una particolare adattabilità al presente, di quell’energia atta a valicare i confini spazio-temporali per attestarsi sul piano del sempiterno e ubiquo. 
Sulla filastrocca “U Re Bafè” si spengono le luci e l’attore palermitano raccoglie gli applausi scroscianti di un pubblico distanziato dalla disposizione delle sedie al tempo del Covid eppure vicinissimo in quella stretta che solo la tradizione siciliana, garbatamente e magistralmente recuperata, può regalare. 
A conclusione della serata di teatro, prima che il ristorante ‘A Cucchiara servi la cena, la lettura del comunicato di attrici e attori uniti, tra l’urgenza di ricominciare e l’auspicio, che odora d’utopia, di essere finalmente ascoltati.