Studio messinese sul Coronavirus sostiene che i bimbi potrebbero essere i maggiori infettati

Anche in questo periodo di emergenza sanitaria, connessa alla pandemia da COVID-19, la ricerca prosegue. In quest’ottica, l’Università di Messina ha fornito il proprio contribuito mediante due studi relativi al settore della Pediatria.

La ricerca, è stata pubblicata sulla rivista “Frontiers in Pediatrics” (impact factor 2.349), ed è stata effettuata dall’equipe di Diabetologia Pediatrica dell’UOC Pediatria (al Policlinico universitario di Messina). Il gruppo ha fornito un contributo alla ricerca scientifica applicata all’emergenza sanitaria del COVID-19 intitolato “Are children most of the submerged part of SARS-Cov-2 iceberg?”. Il lavoro, disponibile on line in forma gratuita, ha coinvolto i docenti e studiosi Stefano Passanisi, Fortunato Lombardo, Giuseppina Salzano e Giovanni Battista Pajno, i quali sostengono la teoria secondo cui la popolazione pediatrica possa rappresentare la maggior quota della parte sommersa dell’iceberg SARS-CoV-2 e, pertanto, giocare un ruolo cruciale nella trasmissione dell’infezione nella comunità.
Sebbene, ad oggi, in tutto il mondo, oltre 3 milioni di persone siano già state diagnosticate come affette da SARS-CoV-2, persiste il forte sospetto che essi rappresentino soltanto la punta dell’iceberg.
I dati disponibili rilevano che il tasso di bambini infettati è piuttosto basso, tuttavia, è possibile che la reale prevalenza dell’infezione in età pediatrica sia sottostimata. In molti Paesi, infatti, le indagini diagnostiche sono riservate ai soggetti sintomatici e, come evidenziato dalla stragrande maggioranza degli studi, i bambini che contraggono SARS-CoV-2 risultano per lo più asintomatici o presentano quadri clinici di lieve entità. L’interazione fra la risposta immunologica dell’ospite e i meccanismi patogenetici del virus potrebbe essere la chiave di volta per comprendere questo fenomeno. E’ possibile, quindi, che molti bambini potenzialmente infettati sfuggano ai protocolli diagnostici. “Evitare la trasmissione virale tra la popolazione pediatrica  – sostengono unanimemente gli autori dello studio – potrebbe rappresentare uno strumento essenziale per frenare, con ulteriore e rafforzata concretezza, la diffusione, anche futura, del coronavirus”.