Un Femminile Per Bene. Carmelo Bene e le Ma-donne a cui è apparso

Scrupolosa attitudine alla ricerca e passione hanno sostenuto quel pluriennale percorso intrapreso sulle orme beniane che ha reso possibile, necessaria se si vuole, la pubblicazione del saggio di Vincenza Di Vita, “Un Femminile Per Bene. Carmelo Bene e le Ma-donne a cui è apparso” (Mimesis, 2019), prezioso contributo alla comprensione profonda di un artista per indole elusivo e, oltre a ciò, riluttante a digerire chiavi di lettura della sua poetica che prescindessero dalle proprie indicazioni. 

Vincenza Di Vita, classe 1983, è dottore di ricerca di Performance Studies, ricercatore e studiosa di teatro, poeta, dramaturg, giornalista e critico teatrale. L’approccio scientifico a tanta e aggrovigliata materia le ha permesso di tenere a bada quel trasporto, intellettuale e sensoriale, nei confronti di Carmelo Bene, che attraversa sotto traccia tutto il lavoro, senza mai affiorare sulla superficie del rigore epistemologico. Muovendosi tra biografia ed esperienze artistiche, terreni peraltro vicendevolmente permeabili, Di Vita opta per quel singolare e disinvolto passaggio dalle scienze cognitive all’esito teatrologico che schiude orizzonti interpretativi inediti sull’universo beniano. 

Dalla nascita nel 1937 a Campi Salentina agli studi presso l’istituto degli Scolopi, il rapporto di Carmelo con il sacro cinge le trame del vissuto e diventa presto scrittura. Egli stesso, abortito più che nato, soggiace all’urgenza di liquefarsi in quel mondo femminile che è deriva del sacro, ove si è santi apparendo alla Madonna. Interesse precipuo di Bene, alla quale dedica ampio spazio Vincenza Di Vita, è la mancanza cui il processo erotico e creativo sono intimamente legati. La messa in scena stessa è rivoluzionata mediante l’estromissione del personaggio declinato per genere e da qui si dipana la matassa del porno, mancanza per eccellenza; da qui si giunge al rito. Quando già latitano i desideri. “Un erotismo che sta tutto all’interno della parola e della bocca” è per sua natura linguaggio manipolabile, elemento anch’esso fondante della poetica di Carmelo Bene. La spinta all’Eros è intrisa di eroismo, di ansiosa ostinazione, a dispetto dello scandalo e di una esibizione/prostituzione che necessita baldanza. 

Nel teatro di Bene, per restituire ampie porzioni del quale l’autrice chiama in causa vari spettacoli e progetti, si attua quella dissoluzione del testo che annienta in taluni casi la tradizione e affida all’esperienza performativa il compito di creare connessioni empatiche tra attore e spettatore. Il corpo gioca un ruolo fondamentale, tanto più se dedito al metamorfismo e, in ultima analisi, alla distruzione. Accanto alle parole la scena, che possiede pari dignità drammaturgica. Così che “l’artigiano della macellazione” cui allude Di Vita riferendosi all’attore sia in grado di sottrarre i personaggi al potere, sacrificando sé stesso: manifesta azione politica che scorta la negazione della Storia. Permane del resto il desiderio di sottrarsi, di mancare alla scena, specie a quella meno sacra dello Stato. Un’aristocrazia d’artista che si congederebbe troppo in fretta se in essa non si scorgessero, e a ciò mira il lavoro dell’autrice, una poetica maturata dopo lunghe frequentazioni letterarie, filosofiche, teatrali e peraltro mai scissa dall’esperienza umana di Bene nel mondo, dalla “vita dei suoi alter ego fatti di inchiostro e memoria”. In questa maniera se ne comprende la contestazione, la lotta contro l’ignoranza, contro le istituzioni di cui è inequivocabilmente pregna la sua opera omnia, sin dal debutto con il “Caligola” anarchico del 1959. 

In questa scrittura scenica che gronda innovazione e protesta, il femminile assurge a poesia dell’assenza. Bene stesso diventa le Ma-donne a cui è apparso. L’attore smette gli abiti del suo genere e diventa phoné. Il corpo è allora una macchina, senza testo che possa irreggimentarne i componenti. È “la cassa sonora su cui si regge l’impianto linguistico”, la vocalità che surclassa l’oralità, la lingua sulla scena e per la scena. L’attore, dentro i confini del teatro biomeccanico cui fa riferimento Di Vita, serve insomma al pubblico un corpo inorganico che possa obbedire all’idea deleuziana di minorazione, cui si accompagnano gli episodi di debolezza fisica, e ne amplifica meccanicamente la performance. La tecnologia, nell’assenza del testo, è dunque la “protesi sensoriale” atta a valicare, in campo artistico, il reale, per trascendervi in chiave metafisica; per raggiungere un ipotetico stato di grazia. “Quando Pinocchio impara a leggere – rivela lo stesso Bene – diventa un essere mediocre, perde il legno e con esso l’inorganico”. 

A margine, l’agiografia. Non sfuggono all’occhio attento dell’autrice i riferimenti alle visioni di Bene in terra natia, ove pullulavano santi e il misticismo si mescolava alla realtà, fino a confodervisi. San Giuseppe Desa da Copertino, cui l’artista dedica persino un’opera, è emblema di visioni e volo e contribuisce a ricreare quell’universo dell’infanzia entro il quale è maturata molta parte della poetica beniana. Dalla celeberrima espressione chiastica di Bene “In una tasca Amleto e Pinocchio nell’altra” trae spunto Vincenza Di Vita per rimarcare l’importanza che i due personaggi citati ebbero nel percorso artistico di un autore che amava mescolare generi, stravolgere maschere, assegnare valore ai comprimari; procedimenti dei quali il saggio fornisce lungimiranti spiegazione, in un interessante gioco di rimandi tra arte e vita. Fra gli altri, un episodio tragico significativo della biografia beniana che si liquefà nell’arte: la perdita del figlio a causa di un sarcoma. Lucignolo, ibernato per una futura resurrezione, diventa allora esemplare mezzo per eternarne il ricordo. 

Il volume, ogni parte del quale è introdotta da una citazione da “Notre-Dame-des-Fleurs” di Jean Genet, è corredato da note a piè di pagina e un interessante apparato fotografico a impreziosire i due capitoli che lo compongono e il secondo dei quali, “Le fatine da amare”, dapprima scandaglia i fondali del femminile negli attori, vestititi e travestiti all’infinito, e poi passa in rasenta santi, folli e critini accostabili, chi più chi meno, a Carmelo Bene. Qui l’autrice procede a briglia sciolta. Non viene meno – s’intenda – il rigore scientifico della trattazione, ma la leggerezza che soggiace alla scrittura in queste pagine consente salti acrobatici da San Francesco d’Assisi a Roberta Torre, a Filippo Timi, a Ciprì e Maresco, dulcis in fundo a Lady Gaga, pop come “Gandhi, Gesù Cristo e Michael Jackson”, pop come Carmelo Bene. Pop come la copertina con la quale Cinzia Muscolino ha inteso arredare sontuosamente le stanze di Bene che Vincenza Di Vita aveva già provveduto ad affrescare, con amore, metodo, talento.