Mondi distinguibili e indistinti in “Bar Stella” di Tino Caspanello

Un individuo è un mondo. E i mondi possono assomigliarsi, differire radicalmente l’uno dall’altro, talora scansarsi o, al contrario, collidere. A tutti però è ascrivibile il medesimo requisito: l’unicità. A quella si abbarbica il teatro di Tino Caspanello, per catturarne la bellezza, la genuinità, la poesia. Laddove altri scorgerebbero distrattamente l’imperfezione, egli ravvisa piuttosto l’incanto. Gli basta scostare per un istante il battente della solitudine e, come per magia, irrompe lui: l’uomo. Epifania di un’anima che nell’incontro con altre anime schiude sé stessa. Lentamente, senza forzature, senza la presunzione dell’agire. Dicendo o tacendo, pennellando semmai quell’orizzonte comunicativo che appropinqua mondi diversi e distantissimi. 

“Bar Stella”, prima nazionale al teatro Dei 3 Mestieri di Messina, si muove dentro i suddetti margini, forte di una scrittura meditata e letteralmente cesellata per la scena. Lì dove la sovrabbondanza verbale è bandita e dove parecchio dicono gli sguardi, i silenzi. Tre attori, diretti dallo stesso Caspanello, a interpretare tre esseri provvisti di quella unicità che non è mai anomalia. A spalancare mondi di una genuinità che disarma e, per questa ragione, provvisti di quella meraviglia rimasta orfana nell’universo dell’appiattimento, del giudizio, della più delittuosa categorizzazione. Dove sta la normalità? E cos’è l’equilibrio? Nessuna verità assoluta da vendere a buon mercato nell’irrisorio tempo di un bicchiere di vino lasciato a metà. Nulla che fornisca risposte pretestuose a interrogativi oziosi e vani. 

‘Ntoni, Stella e Giupè sono tre anime incontaminate cui Caspanello assegna il privilegio di incontrarsi in un luogo, minimale e aggraziato nelle scene di Cinzia Muscolino, e in un tempo casualmente preclusi a quel consorzio umano che le relega tra le pieghe della solitudine. Lo sguardo dello spettatore è equamente distribuito. Come equamente distribuiti sono il garbo, l’amabilità, la specificità che le connota. Non v’è parvenza di definizione. E per far ciò compiono acrobazie attoriali Francesco Biolchini, Tino Calabrò e Cinzia Muscolino. Si è evidentemente chiesto a ciascuno d’essere uno e l’altro, distinguibile e indistinto. Assottigliando i margini della distanza, opponendo inconsapevole resistenza a quella forza centrifuga che isola e implacabilmente sbriciola l’anima. 

Manie, ossessioni, timidezze, paure appartengono a ‘Ntoni che cattura le stelle e per interpretare il quale Calabrò trova quella esatta misura necessaria a eludere pose caricaturali. Impeccabile, millimetrico nei gesti e nelle parole, nel governare sguardi e battiti di ciglia. Il fratello, Giupè, è il Biolchini cui spetta l’altrettanto arduo compito di muoversi con inderogabile lucidità, senza tuttavia trascurare quel sé che reclama smarrimento, introversione, instabilità. Obiettivo pienamente centrato, sapientemente dosando tecnica e cuore, calibrando e mai livellando finanche l’iterazione dei gesti e delle parole. A posare gli occhi sulle loro anime Stella, per la quale Cinzia Muscolino confeziona gli abiti della soavità che legge le anime, semplicemente fermando i volti. Un approccio delicato alle cose e alla vita, per certi versi surreale, comunque incantevole. 

Tutti devono essersi persi da qualche parte. Tutti sono orfani di qualcuno. Tutti parimenti si dimenano nel reale che non smette più di coniare sinonimi di anomalia. Nel tentativo maldestro e infruttuoso di non maltrattare a parole, trascurando però i fatti. Mentre l’individuo, e di ciò dà ragione “Bar Stella”, si fa umilmente carico di quel sé, anomalo quanto si vuole, cui altri pretenderebbero di assegnare sbrigativamente un nome. E sono parole strane, silenzi strani quelli che provengono dal cuore. Semplicità? Ancora meglio, purezza. Con l’attenzione sensoriale ai colori, agli odori, ai suoni, alle superfici che costituisce il primo approccio alla vita. 

Gioca un ruolo determinante il passato, impalpabile e perciò manipolabile all’occorrenza. Ché a qualcosa ci si deve pur sempre aggrappare, nel routinario scorrere di giorni tutti uguali che esigono la creazione al contempo di passato e futuro, a distrarre la vita dalla vita. Fintantoché il cielo sta lì. E fabbrica nuove stelle.

(Foto Carmine Prestipino)