Tra cielo e mare, l’attesa infinita di un’anima che scruta l’orizzonte

Nell’antica Roma i patres erano i padri, gli avi, i senatori, i patrizi. Ciascuna accezione si affacciava poi su scenari connotativi che ne limavano il senso letterale, fino a stravolgerlo. In questo frangente linguistico va inquadrata la scelta del titolo di quello spettacolo, “Patres” appunto, che Saverio Tavano ha scritto e diretto, chiamando programmaticamente in causa il mos maiorum dei romani, ampio contenitore peraltro della tradizione ellenica, e trasfigurandolo nella realtà entro cui si consuma il dramma di due individui. 

Atteso e pluripremiato, “Patres”, produzione Scenari Visibili, è andato in scena ieri al Clan Off Teatro e replicherà quest’oggi nel pomeriggio. Si ha insomma l’occasione di assistere a uno spettacolo che, al netto delle scelte registiche compiute dallo stesso autore, e comunque equilibrate, si erge su una drammaturgia potente e capace, da sola, di affrescare le pareti di quell’universo contraddittorio, talora inumano, nel quale la sopravvivenza e la solitudine hanno sottratto metri e metri alla vita.

Un giovane Telemaco di Calabria attende sulla riva del mar Tirreno il ritorno del padre. Una sedia e il cane Argo a confortarne la decennale attesa, un laccio alla caviglia a interdirne la fuga. E due occhi che non vedono e che rimpiccioliscono sì il coraggio, ma magnificano quell’orizzonte tra cielo e terra lì davanti. Basta allungare le mani e distenderne i palmi per vedere il mare. È di un colore diverso da quello del cielo. È infinito. Ed è limes oltre il quale terre sterminate si avvicendano sul mappamondo, ma gira e rigira su quella riva sempre si ritorna. Terre che sono precluse, si badi bene, non a un cieco, ma a un orfano. A un’anima senza famiglia cui il destino ha risparmiato solo il ricordo. 

“Patres” è quella parentesi che talvolta la mente apre sul passato, per lasciarsi cullare, o fregare. Che poi è essenzialmente la stessa cosa. È un’analessi babelica su ciò che è stato, la favola di un tempo che non è più, una fotografia filtrata dal cuore. Il figlio e il padre, rispettivamente interpretati da Gianluca Vetromilo e Dario Natale, si apprestano a raccogliere i panni stesi. Un gesto che evoca la quotidianità cui il pater ha scelto di sbarrare le porte. Un gesto semplice che schiude il sipario sul non detto, sul ricordo che si adagia sulle onde e lì è agitato dalle tempeste del destino, insudiciato dal sudiciume che si vorrebbe inabissare e che però si arena, sulla spiaggia, come la motonave Jolly Rosso, nel 1989. Col suo carico di rifiuti tossici. Una storia da riesumare tra una barzelletta e un tozzo di pane, tra la detersione del corpo di un figlio e quella, ben più improbabile, del padre.

Il rapporto tra i due, scandito nei tempi da una regia che si dimena abilmente tra dinamicità e immobilismo, come del resto compete alla vita, declina i pieni e i vuoti di queste due anime alla deriva. Il padre fugge, agognando per sé paradisi fatui cui evidentemente la disabilità non può accedere. Il figlio rimane, nell’attesa di un ritorno improbabile, costruendo pezzettino su pezzettino una figura paterna alla quale lo spettatore soltanto recapita biasimo. Ché il figlio ha ancora bisogno di idealizzare. Sparse qua e là le tessere a ricomporre quel puzzle sul quale versare qualche lacrima, prima di ricominciare ad attendere. 

Il dialetto lametino, tra la complessità dei temi, recupera la primordialità di quel mondo di pescatori nell’avvicendamento generazionale e, insieme a essa, l’orizzonte poetico che è intrinseco alle parole, ancor più che ai personaggi, ignari di recare sulla pelle i segni di un comune passato. Un dialetto ben masticato dai due attori, cui non sfugge la necessità di restituirlo al pubblico attraverso i gesti e la frenesia tipica del meridionale che si sbraccia per dire, persino per tacere. 

Il figlio inchiodato sulla riva, occhi posticci e mani sempre protese a vedere, chiude definitivamente il cerchio su una vita, svela l’inutilità di un’attesa. Ma toglie disabilità alla disabilità e finalmente ricovera il dolore nel cuore. Lì non occorre vederlo per lasciarlo fluire. E da lì si può persino stanarlo, con la mente. Stando immobili, a un passo dal mare, accarezzando una nave che non prende il largo, che non si inabissa, che è un giocattolo innocuo nelle mani innocue di un’anima cui il destino ha recapitato un cielo e un mare tersi solo all’apparenza.