82 pietre e il mistero di un crimine reiterato all’infinito

Su Altarupe soffia un vento gelido. E noi lo avvertiamo per buona parte dello spettacolo. Ché il vento si sente realmente. Riprodotto artificialmente, ma si sente. Mentre su tutto il resto impera quell’impalpabilità cui il teatro, ove ogni cosa sembra essere consentita, dà non una ma una miriade di possibili percezioni dell’intelletto. L’indicibile, del resto, si nasconde sempre dietro al velo dell’ineffabile. Sta a noi, ciascuno in base al proprio personale sentire, scovarlo ed eventualmente denudarlo. Un tassello che aggiungiamo alla realtà, un invito alla riflessione, un supplemento di fascino, o di orrore.
La dichiarazione di impalpabilità sta alla base delle trame ordite dalla drammaturgia di Simone Corso e Adriana Mangano in “82 pietre”, vincitore della sesta edizione de “I Teatri del Sacro” per la categoria spettacoli inediti e secondo appuntamento della stagione “Riflessioni” al Clan Off Teatro.
Non sono ottantadue le pietre contenute nel sacco di juta. Non prende veri appunti il giovane brigadiere Sciacca. Non ha una sola scritta impressa sulla carta il giornale che dovrebbe mettere il punto alla vicenda. E neppure la vicenda si sa se è o non è mai stata.
E gli individui? I tre sulla scena effigiano l’altalena delle anime che contengono. Il brigadiere Sciacca fa da perno, tra la violenza subita e quella perpetrata. Il sistema è in perfetto equilibrio e alle due estremità stanno una donna nuda, muta, senza storia e il maresciallo Fugazzatto che invero ne ha tante di parole da dire e di storie da raccontare.
Un dramma in crescendo destinato a non esplodere. Perché è dietro a ciò che non esplode che si nascondono la vere mostruosità. Nelle stanze ancora abitate sfilano dunque i fantasmi di un universo che lapida una, due, tre, mille volte gli innocenti e assegna una parvenza di dignità agli assassini, nascosti in un click o in una sussiegosa divisa.
L’ultimo avamposto della legalità è il gelido comando dei carabinieri di Altarupe, ove a smorzare la tensione e il gelo concorre un Antonio Alveario perfettamente a proprio agio tanto nei panni del maresciallo vorace che strappa risate alla platea quanto in quelli della bestia famelica su cui cala il religioso silenzio del disgusto. Il suo volto non è mai rilassato. Il candore del sottoposto picchia sin dalle prime battute con la nerezza di un individuo del quale né il dialetto, né quella che si direbbe simpatia possono compiere il miracolo di occultare per sempre la vera natura.
La regia di Corso e Mangano è misurata. Mira essenzialmente a fermare il tempo, per accogliere le parole e i silenzi atti a ridefinire i contorni di quel che appare e non è mai.
I costumi di Cinzia Preitano contribuiscono al quadro di insieme che, nell’allestimento scenico di Mariella Bellantone, richiama i calendari illustrati dell’arma appesi negli uffici pubblici. Solo più tetri, in certi momenti preoccupanti.
Tutto si svolge in due camere alla cui netta separazione provvede il disegno luci di Renzo Di Chio. Di qua l’apparenza, di là verità che non urla, che non si vede, ma che sa essere brutale, anche più delle bestie, dei lupi, dei maiali.
Fuori presenze catalogatrici, come la signora Trino e il signor Galante, di un piccolo universo che brama storie incredibili. Ignare di quanto talora la stessa realtà, dietro la porta di casa, possa essere più incredibile delle storie confezionate. E il mondo fuori rimane ignaro. Siamo noi, oltre la quarta parete, ad apprendere il vero volto delle cose. Siamo noi, affamati di violenza, a voler vedere come si uccide. Oggi che la morte sa essere uno spettacolo come l’altro. Oggi che i complici sono 82.000 e i colpevoli appena 82, o forse meno.