Sette responsabili di enti, associazioni e cooperative che gestiscono centri di prima accoglienza per migranti nelle provincie di Messina, Trapani e Ragusa sono stati denunciati per irregolarità riscontrate nei controlli effettuati dai carabinieri del gruppo Tutela del lavoro di Palermo, d'intesa con il dipartimento del lavoro della Regione siciliana.
Cinque denunciati nel Messinese per non avere redatto il documento di valutazione dei rischi, l'attuazione della gestione delle emergenze, la sorveglianza sanitaria dei lavoratori e la conformità dei luoghi di lavoro. Impiegata anche manodopera straniera senza regolare permesso di soggiorno; due nel Trapanese per aver installato impianti di videosorveglianza per controllare i dipendenti, mentre in un centro è stato accertato l'impiego di due lavoratori in nero sui sei presenti, ed è scattata una sanzione di 8.298 euro e un recupero contributivo di 26.059 euro. In due centri del Ragusano trovati un lavoratore in nero e sei irregolari: multe per 29 mila euro.

Sono 205 i migranti sbarcati al molo Norimberga nella pomeriggio di oggi dalla nave della Capitaneria di Porto "Corsi CP 906". Uomini, donne ma soprattutto bambini molto provati dal viaggio che hanno dovuto affrontare nelle acque del canale di Sicilia. Come sempre la rodata macchina dei soccorsi si è subito messa in moto. Le operazioni di sbarco sono iniziate intorno alle 15.30. Ad accoglierli oltre alle forze le forze dell’Ordine, anche personale dell’Asp di Messina, soccorritori del 118, Croce Rossa e le tante organizzazioni umanitarie sempre presenti come la questura. Sulla nave, durante la navigazione, ha partorito una migrante.  La donna e il neonato, nel mare di fronte a Siracusa, sono stati presi a bordo da una motovedetta della Guardia Costiera e sono stati portati in porto a Siracusa dove c'era un ambulanza ad attenderli. Poi il trasferimento all'ospedale Umberto I dove sono ricoverati.

Un sobborgo di Buenos Aires, una famiglia di immigrati che non c’è più, tutti noi vicini ficcanaso di gente e vite sconosciute, un mondo piccolo da ricostruire a voce, nostalgie e rimpianti, ideologie canticchiate e confessioni da raccogliere. Mentre Norberto Presta letteralmente straripa nei panni lugubri di Martita, testimone non più muta di un’emarginazione subita e d’un tempo in cui la triade valoriale costituita da “Dio, Patria e Famiglia” decapitava i sogni e ammantava di superfluo l’essenziale. Così a Martita non è servito più studiare, non è stato neppure permesso di amare. Un’esistenza, la sua, strozzata dalla perentorietà paterna e dalla materna acquiescenza, contraccolpi entrambi di vetusti e frustranti modelli educativi, che pur sempre sapevano di Italia, e di casa. Martita è sola, chiusa, seduta e senza voglia. Lei che al mondo si sarebbe voluta aprire, lei che voleva sempre stare in piedi, lei che aveva ereditato l’intelligenza dalla madre, lei che avrebbe voluto diventare “avvocata” per difendere i poveri, lei che un tempo leggeva, e sognava. E lei che finalmente si confessa, riconoscendo alle parole il pregio di attestare un’esistenza, di liberare un tumulto sussurrato nella rassegnazione, di assecondare quella lacrima trattenuta per una vita intera.
A Martita era stata trasmessa l’inutilità di tutto un genere, quello femminile, cui al massimo competeva preparare biscotti e coltivare piantine dalle proprietà benefiche. Un universo stretto, ma confortevole per quell’assurdo sostegno emotivo ed esistenziale che si trae dal ricevere gli ordini. “Guide” - dice lei. Mussolini e il padre. Venuti a mancare i quali chi da sempre obbedisce si perde. Sulla bocca dell’ingabbiata Martita il cugino comunista, allegoria di libertà, trasgressione, obiezione. In una parola, il “diverso” che attrae e fa paura. Etiam periere ruinae però. E la donna può solo indossare un allegro cappello, degli occhiali da sole e passare sulle labbra il rossetto, per un istante. Per quel magnifico istante di cui celebrare il vero funerale. Poi è tutto nuovamente buio, come buia è la vita di cui si è sprecata una giovinezza soltanto da canticchiare.
In replica stasera, ai Magazzini del Sale, “Famiglia. Fascismo e altre calamità” a chiusura della tre giorni dell’artista italo-argentino Norberto Presta, cui va il merito di aver trascinato per mano lo spettatore in un mondo e in un tempo capricciosamente attuali e di averlo fatto col garbo, l’eleganza, l’immediatezza e l’abilità che solo i grandi attori possiedono.

Il clima di collaborazione tra le associazioni teatrali messinesi ha dato negli anni i suoi frutti. Non è pertanto un caso che oggi a Messina il teatro vanti molteplici spazi entro cui accogliere un numero sempre crescente di spettatori. L’offerta è diversificata, gli spettacoli in molti casi qualitativamente pregevoli, la professionalità e la passione di chi gestisce i teatri sempre ammirevoli. Una specie di miracolo che si compie quando si è distanti anni luce dalle logiche puramente finanziarie e, a piccoli passi, ci si fa strada in quel meraviglioso mondo dell’arte tout court.
Così quella mini tournée dell’attore, regista e drammaturgo Norberto Presta che lo scorso anno era stata sostenuta dai Magazzini del sale e dal Clan Off si ripete grazie alla collaborazione, questa volta, tra il teatro Dei 3 Mestieri e, di nuovo, l’associazione di via Del Santo.
Due spettacoli e, a seguire, il seminario di Presta “La voce che danza”, rivolto agli attori  e ai ballerini che desiderano approfondire l’uso della voce come parte imprescindibile dell’azione teatrale.
Al primo appuntamento, “Frammenti di vite condivise”, Norberto Presta si è presentato  in pigiama e vestaglia. Gli spettatori, nello spazio di via Roccamotore, erano eccezionalmente disposti a cerchio. Un ingresso, quello di Presta, in punta di piedi. Salvo poi, gradatamente, dominare la scena e rinviando tutte le volte di un po’ il congedo. Prima era un cognac, poi una bottiglia intera di spumante. Fatto sta che l’intruso, sul quale convergevano tutti gli sguardi, acquisiva via via quella familiarità che si abbarbica sull’empatia, sulla condivisione. Una volta sfatato il concetto di difformità e rotti gli indugi, quell’uomo in pigiama e vestaglia non era poi così diverso da ciascuno di noi. Intento com’era a giocare la sua partita con la vita, tra passato e presente, e con un sé di cui non sapeva più tracciarne i contorni.
Capita infatti che una mattina ci si svegli, ci si guardi allo specchio e non ci si riconosca. “Fuori dallo specchio si può solo precipitare”. Quella è del resto la versione rovesciata di noi stessi, la più sbrigativa parvenza di un soggetto che si è perso, che non si è più ascoltato, che non ha più reputato necessario esser paziente. Per recuperare quel po’ di sé smarrito per strada. E la strada era dapprima il mare su cui galleggiava a stento un orrendo gommone, poi ancora il mare che per 250.000 lire aveva portato appena dietro l’angolo. La strada, infine, era l’attesa. Era la pazienza di ascoltarsi per la prima volta. Era l’audacia di inventarsi una faccia nuova. Di cucirsi addosso un personaggio, da mestierante e impostore.
Tutto accadeva lì, in quel cerchio di umanità  entro cui ci si sente meno perdenti. Nella più inattesa e tuttavia plausibile condivisione di vite che, frammento dopo frammento, si perdono nel guazzabuglio di episodi scollegati e senza senso, in una parola nel “caos”. Va a Norberto Presta, irriverente e cortese, allegro e malinconico, provocatorio se vogliamo, il merito di aver pungolato le nostre imborghesite coscienze e di averci sbattuto in faccia miserie di tutto il genere umano, cui solo uguaglianza, solidarietà e giustizia possono restituire l’identità perduta.

Sbarcati lo scorso martedì, sono stati arrestati dalla Squadra Mobile della Questura di Messina tre Tunisini, e condotti presso le camere di Sicurezza in attesa di essere giudicati con rito per direttissima. Bougatef Houssem di 28 anni, Rouis Amine di 29 anni e Douiri Souflenne di 40 anni  dall’attività di indagine svolta dai poliziotti risultavano  destinatari di decreto di espulsione con divieto di rientrare in Italia per un periodo di cinque anni. L’inottemperanza della disposizione in palese violazione della normativa in materia di Immigrazione, il motivo alla base della misura coercitiva.

 

 

Non si arresta il flusso di migranti verso la Sicilia. Oggi al messina sono sbarcati circa 400 migranti. Sono arrivati a bordo della nave Sea Watch 3, una Ong olandese che li aveva recuperati lungo il canale di Sicilia. La nave dell’Ong è giunta questa mattina al molo Norimberga dove era stata allestita la macchina dell’accoglienza con medici dell’Asp, volontari, associazioni umanitarie, Croce Rossa, insieme al dispositivo della Polizia di Stato, tutti coordinati dalla Prefettura. I migranti sono per la maggior parte eritrei ma ce ne sono anche di altre nazionalità. Ventotto le donne, di queste tre sono in stato di gravidanza. Sulla nave anche otto bambini piccoli, tre sono neonati, sono tutti arrivati con le rispettive madri. Sarebbero numerosi i minori non accompagnati, un centinaio di età compresa tra i 9 e i 18 anni.

Sono quattro gli scafisti individuati dai poliziotti della Squadra Mobile grazie alle indagini scattate a seguito dello sbarco di 135 migranti, giunti ieri, al porto di Messina, a bordo della nave della Guardia Costiera “Diciotti”. Si tratta di Kasso Yahaya, nato in Niger, 24 anni; Zakaria Jali, nato in Libia, 18 anni; Sarr Mbaye e Abou Moustapha Ba, entrambi originari del Senegal, 23 e 27 anni. Le testimonianze, raccolte inizialmente dagli operatori della Guardia Costiera e successivamente confermate dalle indagini dei poliziotti, hanno evidenziato le responsabilità dei quattro migranti, ognuno con un compito diverso. Due erano infatti alla guida delle due imbarcazioni soccorse in mare, agli altri era affidata la gestione della bussola e del telefono satellitare.

Sono stati riconosciuti dagli altri migranti tra i quali hanno cercato di nascondersi, non prima di essersi liberati, all’arrivo dei soccorsi, sia del telefono che della bussola. Il quadro probatorio ricostruito in modo chiaro, preciso e concordante ha permesso, pertanto, ai poliziotti della Squadra Mobile di procedere al fermo di Polizia giudiziaria. Dell’accaduto è stato informato il Sostituto Procuratore della Repubblica competente il quale ne ha disposto la traduzione presso la Casa Circondariale di Gazzi, in attesa della convalida da parte dell’Autorità giudiziaria.

 

 

“Quanto verificatosi ieri sera presso lo Sprar Vulnerabili di Curcuraci, struttura di seconda accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati in cui si trovano accolti, appunto, migranti appartenenti alla così detta categoria dei vulnerabili perché affetti da patologie fisiche o psichiche, non deve più ripetersi. Non solo nell’interesse dei beneficiari del servizio ma anche degli operatori che lì operano h 24”. Camera del lavoro e Funzione pubblica della Cgil, rispettivamente rappresentate dalla segretaria Clara Crocé, dal segretario generale Francesco Fucile e dal coordinatore del comparto Servizi sociali, Gianluca Gangemi - intervengono su quanto accaduto la scorsa notte a Curcuraci chiedendo all’Amministrazione comunale immediate soluzioni: “Se è vero, infatti, che i migranti non percepiscono, come sarebbe loro diritto da convenzione la diaria giornaliera, meglio nota come pocket money – affermano i rappresentanti sindacali – è altrettanto grave, cosa finora rimasta sotto silenzio nonostante i ripetuti solleciti inoltrati alla cooperativa Pro Alter che gestisce la struttura, che i lavoratori non percepiscono lo stipendio da ben 11 mesi. A ciò si aggiungono condizioni particolarmente complesse sul luogo di lavoro, considerando, ad esempio, che pur essendo in periodo invernale e registrandosi, quindi, soprattutto in quelle zone, temperature piuttosto rigide, non è possibile utilizzare l’impianto di riscaldamento perché non ben funzionante”. Una situazione a dir poco paradossale, ma purtroppo non nuova nel mondo del terzo settore, che necessita di essere affrontate in modo chiaro: “Non sono certo i lavoratori e migranti a poter pagare dei disservizi del sistema – spiega l’organizzazione sindacale – anche perché tutto ciò rischia di alimentare un clima di odio e di pregiudizio che certamente non fa bene al mondo dell’immigrazione e a coloro che ne fanno parte”. Nell’invitare quindi il Comune, nella persona dell’assessore Santisi ad affrontare il problema, Camera del lavoro ed Fp Cgil proclamano lo stato di agitazione dei lavoratori. “In mancanza di risposte – concludono i sindacalisti – i lavoratori si troveranno costretti ad interrompere il servizio, garantendo però ai beneficiari i servizi minimi previsti”.

Intendo capire la situazione prima di pronunciarmi in modo netto. Disordini di questo genere sono preoccupanti e sempre correlati al disagio: sia quello che le ingenera che quello che determinano, così la neoeletta allArs Elvira Amata circa quanto occorso oggi allo Sprar di Curcuraci. “Va da sè che è necessario comprendere se e quali diritti siano stati lesi in questo caso e individuare le responsabilità. E, una volta per tutte, sarebbe opportuno che chi di dovere iniziasse a seguire con attenzione le dinamiche della vita di questi centri, nellinteresse di chi vi è ospite, degli operatori che sono attivi al loro interno e dei cittadini che vivono nelle zone in cui i centri sono ubicati. Una circostanza questultima, che non mi stancherò mai di bollare come assurda: si è imposta una convivenza sregolata spesso in zone che vivono già problematiche sensibili e si vedono trascurate -se non abbandonate- dalle istituzioni, senza porsi il problema di come questa coesistenza vada gestita con la cittadinanza locale, evitando che si verifichino situazioni di rivolta come quelle a cui nel nostro paese (e anche a Messina) abbiamo già assistito. E la memoria torna ai recenti fatti di Bisconte. Le istituzioni hanno il dovere di tutelare i cittadini, non lo si dimentichi”, conclude.

 

Non avrebbero ricevuto il “poket money”, ossia la paga giornaliera per i bisogni quotidiani e per questo oggi i migranti ospiti dello Sprar di Curcuraci si sono barricati all'interno della struttura bloccando i cancelli d'ingresso con delle corde, porte e finestre accatastando porte e suppellettili, minacciando di sfasciare tutto. Conoscono bene i loro “diritti”, gli organizzatori dei viaggi della speranza spiegano loro per filo e per segno cosa gli spetta quando arrivano in Italia, oltre il vitto e l'alloggio. La rivolta dei migranti è esplosa nel pomeriggio odierno. Sul posto si sono recati i Carabinieri che hanno ristabilito l'ordine, ma hanno denunciato quattro migranti per violenza privata.