I finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Messina hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura interdittiva del divieto di esercitare imprese o uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, per la durata di otto mesi, nei confronti del 46enne imprenditore messinese Francesco Arcovito amministratore della Hilde Fortini Srl. Il provvedimento è stato emesso dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale su richiesta della Procura della Repubblica di Messina. Le indagini sono state sviluppate da personale del Gruppo della Guardia di Finanza di Messina e si sono concentrate sull'esame delle operazioni di gestione poste in essere dalla società di costruzioni dichiarata fallita.

Il reato contestato è quello di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e dissipazione del patrimonio della società amministrata. In particolare, secondo gli accertamenti svolti , l’imprenditore avrebbe proceduto ad una progressiva distrazione di rilevanti somme dalle c asse della società immobiliare, attraverso l’utilizzo sistematico delle disponibilità finanziarie societarie per motivi diversi da quelli sociali, causando un grave danno per la società e per i creditori .

Particolarmente significativo del modus operandi dell’indagato sarebbe stato l’aumento del quadruplo del proprio compenso annuale, senza ragione ed in evidente fase di crisi economico - finanziaria dell’impresa. L’imprenditore avrebbe, inoltre, concluso due contratti preliminari per l’acquisto di altrettanti immobili, uno sito in Messina ed uno in Roma, e perduto integralmente le relative caparre ammontanti ad oltre 500.000 euro, a causa del mancato versamento del saldo per manifesta assenza di liquidità, nonché versato le somme per la caparra di uno dei due immobili ad un familiare, senza ricevere per questo alcuna contropartita.

Viene contestata all’imprenditore anche la conclusione con sé stesso di un preliminare di vendita, in forza del quale la società si impegnava ad acquistare un ulteriore immobile situato nella città di Milazzo, di proprietà personale del suo amministratore, versando una caparra di un milione e mezzo di euro, nonostante il bene fosse interamente gravato da formalità pregiudizievoli per importi superiori al suo prezzo complessivo di acquisto, pari a 1.800.000 euro.

Altra contestazione formulata all’indagato è quella di aver venduto ad una terza società un prestigioso complesso edilizio sito nella città di Taormina, per un prezzo di 3 milioni di euro, a fronte di un valore stimato di 8 milioni. Tra gli ulteriori fatti contestati, si cita il caso dell’acquisto e della relativa ristrutturazione di due immobili siti in Messina, arredati con mobilio di pregio, anch’essi acquistati dalla società amministrata, per poi essere destinati ad abitazioni del proprio nucleo familiare, in assenza di alcun titolo, come comprovato dalle indagini condotte dalla Guardia di Finanza. Il valore dei beni sottratti fraudolentemente dal patrimonio della società ammonta a circa otto milioni di euro.

 

 

 

Dopo il sequestro della Guardia di Finanza alla famiglia Genovese, il neo deputato all'Ars di Forza Italia Luigi Genovese ha dichiarato: “Sto già valutando insieme al mio legale di fiducia le iniziative da assumere in sede giudiziaria, certo di dimostrare la linearità e la regolarità della condotta mia e dei miei congiunti, nella gestione dei beni di famiglia. Anche se la tempistica di questo provvedimento può apparire sospetta, voglio credere che non vi sia alcuna connessione con la mia recente elezione all’Assemblea Regionale Siciliana. Per quanto detto, non consentirò nessuna eventuale strumentalizzazione in chiave politica. Ringrazio le centinaia di persone che già in queste ore mi hanno manifestato grande solidarietà e affetto".

I finanzieri del Comando Provinciale di Messina a conclusione di una complessa serie di indagini di polizia economico-finanziaria dirette dalla Procura della Repubblica di Messina per i reati di riciclaggio, autoriciclaggio e sottrazione fraudolenta di beni stanno procedendo all’esecuzione del sequestro, prodromico alla confisca, di società di capitali, conti correnti, beni mobili ed immobili, ed azioni riconducibili all’onorevole Francantonio Genovese, al figlio Luigi ed ai suoi più stretti familiari.

Il provvedimento, eseguito in data odierna, è stato emesso dal Gip del Tribunale di Messina, Salvatore Mastroeni. Le indagini hanno inizialmente consentito di rinvenire fondi esteri per un ammontare pari ad oltre 16 milioni di euro, schermati da una polizza accesa attraverso un conto svizzero presso la società Credit Suisse Life Bermuda Ltd.: fondi in parte transitati presso un istituto Bancario di Montecarlo ed intestati ad una società panamense (Palmarich Investments) controllata da Francantonio Genovese e dalla moglie Chiara Schirò; in parte (per oltre 6 milioni ) trasferiti in contanti in Italia direttamente a Genovese attraverso spalloni e resi così irrintracciabili. La provenienza del denaro venne riferita dall'indagato al proprio padre Luigi (classe1925), deceduto quando Genovese si trovava agli arresti in carcere. Le verifiche sui redditi di Francantonio Genovese e del padre, per gli inquirenti non erano compatibili con le entrate dichiarate. Da qui la contestazione di riciclaggio per denaro derivante da reato, quantomeno da evasione fiscale.

Successivamente, dopo che Chiara Schirò aderì alla voluntary disclosure per la parte di sua competenza ed ai limitati effetti delle sanzioni previste dalla annualità in corso di accertamento, sarebbero emersi ulteriori gravi illeciti. Dal 2016, a Genovese furono notificati da parte dell’Agenzia delle Entrate alcuni avvisi di accertamento per oltre 20 milioni di euro derivanti dalla conclusione di verifiche fiscali condotte nei suoi confronti. Le indagini avrebbero messo in luce una complessa attività di ulteriore riciclaggio finalizzata anche a frodare il fisco. Dalle indagini della Guardia di Finanza, sarebbe emerso infatti che gli indagati, anche avvalendosi di alcune società a loro riconducibili, avrebbero posto in essere diverse operazioni immobiliari volte a trasferire ad altre persone beni immobili e disponibilità finanziarie in possesso di Francantonio Genovese per eludere il possibile sequestro dei 16 milioni provento del riciclaggio e per sottrarsi fraudolentemente al pagamento delle imposte e delle correlative sanzioni amministrative che frattanto erano aumentate a circa 25 milioni di euro.

La Guardia di Finanza ritiene che Genovese, nel tentativo di sfuggire all’aggressione patrimoniale nei suoi confronti, si sia spogliato di tutto il patrimonio finanziario, immobiliare e mobiliare a lui riconducibile, in via diretta e/o indiretta, tramite la società schermo GE.FIN. s.r.l. (ora L&A Group s.r.l.) e Ge.Pa. s.r.l., di cui deteneva il 99% ed il 45% delle quote sociali, trasferendolo al figlio Luigi insieme a denaro proveniente dal precedente riciclaggio. Ulteriori approfondimenti, avrebbero consentito di accertare che il professionista, ha di fatto dismesso le proprie partecipazioni societarie attraverso complesse operazioni di riorganizzazione del patrimonio sociale delle stesse.

Le Fiamme Gialle hanno così ricostruito la cosiddetta  “tecnica dell’altalena”: - Prima è stata deliberata la riduzione del capitale sociale, al di sotto della soglia di legge prevista dall’art. 2482 ter c.c., delle medesime società per far fronte alle perdite artificiosamente generate dagli stessi indagati. - Successivamente è stato disposto il ripianamento delle stesse attraverso un nuovo versamento di capitale a carico dei soci. In tali circostanze, anziché provvedere in prima persona, nonostante il comprovato possesso di risorse finanziarie, Genovese avrebbe dichiarato di rinunciare alla qualità di socio per mancanza dei fondi necessari, poche decine di migliaia di euro, per partecipare all’aumento di capitale, permettendo così, ex novo, l’ingresso in società del figlio, Luigi Genovese, 21 anni, deputato neoeletto tra le file di Forza Italia alla Regione siciliana, privo di risorse economiche proprie. Per gli investigatori, queste manovre avrebbero consentito tra l’altro a Genovese, con la complicità del figlio Luigi, di vanificare gli effetti del pignoramento che sulle sue quote era stato effettuato da Riscossione Sicilia. Genovese ha infatti ha partecipato come custode delle quote alle assemblee nelle quali si è deciso di azzerare il valore delle proprie azioni - dell’importo di svariati milioni di euro - e di consentire al figlio Luigi di subentrare - con la sottoscrizione di aumenti di capitale - nella titolarità piena della società, eludendo il pignoramento.

La Guardia di Finanza contesta anche il versamento della quota di capitale di Luigi Genovese con denaro bonificatogli, nei giorni immediatamente precedenti alle operazioni, dal padre. Il decreto di sequestro preventivo è stato notificato a Francantonio Genovese, alla moglie Chiara Schirò, al figlio Luigi Genovese, alla sorella Rosalia Genovese, al nipote Marco Lampuri, accompagnato da informazione di garanzia per i reati di riciclaggio e sottrazione indebita. L’ammontare complessivo del valore delle aziende, dei conti e degli immobili sequestrati perché considerati profitto ovvero strumento dei reati commessi, supera i 100 milioni di euro e rappresenta il sequestro preventivo più cospicuo mai effettuato dalla Procura dall'Autorità Giudiziaria di Messina.

 

 

 

La Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Milazzo ha individuato e denunciato all’Autorità Giudiziaria dieci persone, per aver indebitamente percepito contributi europei erogati dalla Regione Siciliana. L’attività d’indagine, durata quasi un anno ed avviata sulla base di un lavoro di analisi svolto a livello centrale dai Reparti Speciali del Corpo ed in particolare dal Nucleo Speciale Spesa Pubblica e Repressione Frodi Comunitarie, ha permesso di scoprire che ben dieci delle quindici posizioni passate al setaccio dalle fiamme gialle milazzesi non avevano ottemperato agli obblighi previsti dal bando europeo, pur avendo riscosso il contributo al quale erano stati ammessi.

Infatti, il bando europeo in questione, al fine di ridurre lo sforzo di pesca, prevedeva l’erogazione di un contributo di 40 mila euro a favore del pescatore marittimo che avesse cessato la propria attività, intraprendendone una nuova in un diverso ambito produttivo, requisito, quest’ultimo, non sempre riscontrato in sede di controllo. L’importo che il bilancio pubblico vedrà rientrare nelle proprie casse, se le risultanze investigative saranno confermate dalla competente Autorità Giudiziaria, ammonta complessivamente a 400 mila euro.

 

I finanzieri del Comando Provinciale di Messina hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare che prevede la misura degli arresti domiciliari per una persona e l’obbligo di presentazione alla P.G. per altre tre, resesi responsabili dei reati di bancarotta fraudolenta, falso in bilancio e frode fiscale. L’Autorità Giudiziaria ha, inoltre, disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente dei conti correnti, dei beni aziendali, delle quote di capitale e delle azioni intestate all’ultima delle società creata dagli indagati.

Le indagini avrebbero permesso di accertare che gli indagati, tutti soci, amministratori e dipendenti di otto società operanti nel settore dell’editoria e create nell’ultimo decennio, si sarebbero resi autori di ripetute irregolarità nella redazione dei bilanci al fine di occultarne lo stato di crisi, simulando, in tal modo, una solidità patrimoniale inesistente che gli consentiva di beneficiare di ulteriori finanziamenti che poi non venivano saldati. Il collaudato modus operandi, per gli inquirenti era elaborato e gestito da B. V., e consisteva nel creare società ad hoc, che venivano gravate di oneri connessi alla titolarità di importanti testate giornalistiche edite nella provincia di Messina, indebitate con l’Erario e con gli istituti previdenziali e successivamente messe in liquidazione con il contestuale spostamento della gestione della testata ad altre imprese momentaneamente in bonis.

Altro elemento rilevato nel corso delle indagini riguarda il ricorso alla forma delle società cooperative per tutte le imprese gestite dagli indagati, funzionale a garantire il godimento di rilevanti agevolazioni fiscali previste per tale forma societaria. Attorno a tali società ruotava l’apparato creato e gestito sotto la regia di B.V., con l’ausilio di una serie di persone a lui fiduciariamente collegate nell’ambito delle compagini sociali delle citate cooperative, che, tra l’altro, condividevano tutte la stessa sede o comunque i luoghi ove si svolgevano le principali attività. Sistematica era, infine, la ripetizione delle operazioni economiche poste in essere per trasferire verso le nuove società, di volta in volta costituite, la parte più rilevante del patrimonio aziendale.

 

In merito alla vicenda del sequestro della Dia e della guardia di Finanza dell'interno immobile della clinica Cappellani di Messina, il Tribunale del Riesame ha annullato il sequestro nei confronti di Antonio Di Prima ed ha disposto l'immediata restituzione delle quote di sua pertinenza. Lo ha comunicato il legale rappresentante avv. Alberto Gullino.

Al termine di una indagine della guardia di Finanza di Messina, tre persone (due imprenditori e un commercialista) sono state arrestate e rinchiuse in carcere, altre due ai domiciliari. Disposto anche un sequestro preventivo per oltre 23 milioni di euro, su conti correnti e disponibilità finanziarie riconducibili agli indagati ed alle società coinvolte nella frode.

Gli illeciti ipotizzati sono associazione per delinquere finalizzata all’emissione ed all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e bancarotta fraudolenta. L’indagine, che è nata da un controllo fiscale eseguito nei confronti di una ditta di vendita di prodotti informatici, ha fatto emergere l’esistenza di un’organizzazione finalizzata alla perpetrazione di frodi fiscali, capeggiata da due fratelli imprenditori ed un commercialista, tutti destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere. I due imprenditori sottoposti agli arresti domiciliari, per le fiamme gialle, avrebbero ricoperto formalmente la carica di rappresentanti legali di alcune società di comodo che venivano utilizzate per emettere fatture false a favore di altre società riconducibili all’organizzazione.

Le attività, svolte sotto la direzione della Procura della Repubblica di Messina, hanno consentito di scoprire un sofisticato sistema di frode attuato tramite un vasto giro di fatture false fra diverse società facenti capo agli indagati, operanti nel settore del commercio dei prodotti elettronici (quali telecamere, macchine fotografiche, cellulari, computer, navigatori satellitari, ecc.), destinati alla grande distribuzione, al commercio al dettaglio via web. Gli indagati si sarebbero avvalsi di ditte individuali e società cosiddette “cartiere” -ossia aziende non operative che servono soltanto ad emettere fatture false- dislocate nelle province di Messina, Pesaro, Roma, Taranto e Treviso, persino in territorio estero (Malta, Romania e Slovenia), gran parte delle quali gestite direttamente nel capoluogo peloritano.

Il meccanismo fraudolento avrebbe garantito un elevato profitto, rappresentato dall’I.V.A. non versata all’erario, sia ai promotori della frode che agli amministratori delle cartiere.

 

 

 

I finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Messina, al termine di una complessa indagine in materia di usura, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due persone, padre e figlio, entrambi residenti a Giardini Naxos. La misura, che prevede la detenzione in carcere per il padre e gli arresti domiciliari per il figlio, è stata disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Messina, Daniela Urbani.

L'indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Messina, avrebbe permesso di smascherare una redditizia attività di usura posta in essere ai danni di imprenditori locali in difficoltà economica. Le Fiamme Gialle, inoltre, hanno notificato agli indagati anche un provvedimento di sequestro di beni mobili ed immobili e denaro depositato in conti correnti bancari, per un importo complessivo di oltre 300.000,00 euro.

Tale patrimonio, individuato al termine di specifici accertamenti economico-finanziari, è stato ritenuto essere il profitto dell’attività illecita posta in essere nel corso del tempo. Durante le indagini è emerso anche che il padre, essendo agli arresti domiciliari, avrebbe dato incarico al figlio di proseguire nella illecita attività facendogli fissare appuntamenti, eseguire reiterate visite agli usurati e, talvolta, farli accompagnare presso il proprio domicilio. Le accurate investigazioni e le molteplici dichiarazioni raccolte, avrebbero permesso di tracciare dettagliatamente il sistema criminoso posto in essere dagli indagati che, in maniera continuativa, dal 2014 al 2016, avrebbero elargito finanziamenti a tassi usurai, quantificati, complessivamente, in 165.000,00 euro.

 

 

 

Il video del sequestro penale, prodromico alla confisca, dell’intero complesso immobiliare denominato “VILLA CAPPELLANI”, di proprietà della “IMMOBILIARE CAPPELLANI Srl”, imponente struttura che ospita la nota omonima clinica gestita dal Gruppo GIOMI SpA, quest’ultimo non destinatario di alcun provvedimento.

 

Dalle prime ore del mattino, il personale della D.I.A. di Messina, supportato dal Centro Operativo di Catania, e Finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Messina - a conclusione di una capillare indagine congiuntamente condotta e coordinata dalla locale Procura Distrettuale Antimafia diretta dal Procuratore della Repubblica, De Lucia - stanno dando esecuzione alla misura cautelare reale del sequestro penale di un ingente patrimonio immobiliare della Clinica Cappellani di Messina. I particolari dell’operazione, tuttora in corso, verranno illustrati nel corso della conferenza stampa che si terrà, alle ore 10:30, presso la nuova sede della Sezione Operativa D.I.A. di Messina, via Monsignor D’Arrigo n. 5, alla presenza del Procuratore Aggiunto della Repubblica di Messina, Sebastiano Ardita, nonché dei vertici dei Reparti operanti.

 

 

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