I finanzieri della Tenenza di Lipari(Me) hanno concluso, nelle scorse settimane, minuziose indagini che hanno consentito di individuare quella che si ritiene essere una strutturata frode nell’ambito dei finanziamenti per iniziative imprenditoriali nel settore dell’allevamento ittico. I militari hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Palermo due persone per “truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche” e per “emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti”. Sono stati scoperti finanziamenti indebitamente richiesti per oltre un milione e settecentomila euro, oltre a fatture false per un importo complessivo di un milione e duecento mila euro.

Le Fiamme Gialle eoliane hanno sottoposto a mirato controllo una società cooperativa operante nel settore dell’itticoltura, che aveva percepito cospicui finanziamenti regionali e comunitari nell’ambito dei fondi a carico del Programma Operativo Sicilia -F.E.P. (Fondo europeo per la pesca) 2007/2013. Gli investigatori della Guardia di Finanza hanno passato al setaccio la documentazione delle imprese fornitrici riuscendo a individuare un sistema illecito basato sull’utilizzo metodico di fatture per operazioni ritenute di fatto inesistenti.

Tali documenti, emessi da un’impresa di Milazzo (Me), avrebbero consentito ai responsabili del meccanismo illecito di giustificare solo sulla carta all’Assessorato Regionale dell’Agricoltura,dello Sviluppo Rurale e della Pesca mediterranea della Regione Siciliana, ingenti spese per opere risultate in realtà mai realizzate e per la relativa attività commerciale nel settore dell’itticoltura mai avviata. In particolare, i documenti fittizi dovevano servire a giustificare presunti lavori di costruzione di un’imbarcazione di 21 metri, da utilizzare per il confezionamento del pesce e di tre gabbie destinate all’allevamento per un volume complessivo di oltre venticinquemila metri cubi, posizionate nello specchio acqueo antistante l’isola di Lipari, per le quali la società cooperativa aveva richiesto contributi per più di un milione e settecentomila euro, vedendone riconosciuti il 60%, per un totale di oltre un milione di euro.

L’attività di allevamento in tali gabbie non era stata mai avviata. Di sicura importanza la circostanza che la tempestività delle attività ispettive ha permesso di “bloccare” appena in tempo oltre cinquecentomila euro di finanziamenti richiesti, concessi e non ancora corrisposti dalla Regione Siciliana e dall’Unione Europea. Le indagini si sono concluse con la denuncia di due soggetti, il titolare pro-tempore della società cooperativa e il titolare dell’azienda che ha emesso le fatture reputate fittizie, all’Autorità Giudiziaria di Palermo sia per truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche, reato che prevede la pena della reclusione fino a un massimo di sei anni, che per l’emissione e utilizzo di fatture false nonché con la segnalazione per danno erariale alla Procura Regionale della Corte dei Conti.

Il noto imprenditore Salvatore Santalucia di Roccella Valdemone, è considerato, nell’ambito di diverse inchieste giudiziarie, trait d’union tra le organizzazioni criminali mafiose operanti nel territorio a cavallo tra le province di Messina e Catania, per il controllo delle attività imprenditoriali di movimento terra, produzione di conglomerato cementizio e produzione di energia da fonti rinnovabili. Il compendio mobiliare ed immobiliare sottoposto a confisca, comprensivo anche di una serie di imprese, era già stato oggetto di sequestro da parte della D.I.A. con tre distinti provvedimenti eseguiti tra il dicembre 2015 e il marzo 2016.

Santalucia, noto negli ambienti criminali con l’alias “Turi Piu”, è implicato in varie operazioni di Polizia e dagli atti di indagine dei procedimenti nei quali è coinvolto risulta strettamente legato alle note famiglie mafiose “Santapaola” di Catania - per il tramite di esponenti di vertice del clan “Brunetto” attivo nel versante jonico della provincia etnea - e a quella “Barcellonese”, come confermato dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano. Santalucia, infatti, in merito alle attività criminali finalizzate all’illecito controllo degli appalti, è stato indicato quale “referente” per la zona di Roccella Valdemone.

L’attività imprenditoriale di Santalucia, per gli investigatori, avrebbe registrato, nel tempo, un’anomala crescita esponenziale, tanto da guadagnarsi, nel periodo 2003/2010, la partnership con la società Eolo Costruzioni S.r.l., impresa del Gruppo Nicastr - riconducibile a Vito Nicastri di Alcamo - leader in Sicilia nella realizzazione delle opere civili dei parchi eolici. A quest’ultimo, oggetto di investigazioni da parte della D.I.A. di Messina e Palermo perché considerato soggetto in strettissimi rapporti con il latitante Matteo Messina Denaro, è stato confiscato un patrimonio economico per oltre 1,5 miliardi di euro. Il complesso di beni, nello specifico, ha interessato: Quattro aziende, operanti nel settore dell’agricoltura, dell’allevamento, del movimento terra, della produzione di calcestruzzo e delle costruzioni edili; 326 terreni, ubicati nei comuni di Roccella Valdemone (ME), Gaggi (ME) e Castiglione di Sicilia (CT), per l’estensione complessiva di circa 220 ettari; 23 fabbricati; 26 veicoli e vari rapporti finanziari del valore complessivo pari a 28,5 milioni di euro.

Nell’ambito di specifiche attività di controllo economico del territorio disposte in occasione del passaggio nel territorio dei Monti Nebrodi della 4^ Tappa del 100° Giro d’Italia, nella tarda mattinata di ieri i finanzieri della Tenenza della Guardia di Finanza di Sant’Agata di Militello (Me) hanno sequestrato oltre 4.500 gadget che riguardavano la corsa ciclistica, in quanto posti in vendita senza le previste autorizzazioni amministrative.

I militari, grazie ad una mirata attività di analisi dei mezzi in transito lungo le arterie stradali interessate dal passaggio della carovana dei ciclisti, hanno individuato nel comune di Acquedolci (Me) due persone che sostavano lungo la carreggiata con un veicolo carico di materiale vario in parte esposto per la vendita. La merce trasportata era chiaramente attinente alla celebre manifestazione ciclistica di rilievo mondiale.

I successivi controlli eseguiti dai militari delle Fiamme Gialle hanno permesso di accertare che l’attività di commercio itinerante stava avvenendo in violazione della specifica normativa di settore, in quanto i due erano privi delle previste autorizzazioni. Pertanto i finanzieri hanno proceduto al sequestro amministrativo dei gadget, molti dei quali costituiti dalla celebre “maglia rosa”, per un totale di circa 4.500 pezzi ed hanno comminato le conseguenti sanzioni amministrative per migliaia di euro.

 

I finanzieri della Tenenza di Sant’Agata di Militello (Me), nel corso di approfondite indagini svolte nel settore delle indebite percezioni dei finanziamenti agricoli erogati con fondi pubblici europei, hanno sottoposto a sequestro, nelle scorse settimane, beni immobili e somme di denaro tra conti correnti e titoli, per un valore complessivo di centoseimila euro, denunciando all’autorità giudiziaria due titolari di altrettante aziende agricole di Capizzi (Me).

I controlli eseguiti dalle Fiamme Gialle hanno avuto origine da autonome attività di controllo che riguardavano una serie di imprese beneficiarie di finanziamenti comunitari operanti nella zona nebroidea. In particolare, l’attenzione degli investigatori si è focalizzata sui documenti di due aziende che presentavano alcune anomalie. Nel dettaglio, secondo uno schema criminoso consolidato, i contratti d’affitto di alcuni terreni contenevano dati anagrafici e firme di proprietari che risultavano essere completamente ignari della concessione dei propri terreni agricoli. In alcuni casi risultavano convenzioni di affitto con soggetti deceduti in data antecedente alla stipula (alcuni anche da oltre un decennio). Le istanze per le sovvenzioni erano state presentate attraverso centri di assistenza agricola di Catania e di Capizzi.

I finanzieri santagatesi, nel corso delle indagini, hanno potuto rilevare l’utilizzazione dei citati elementi falsi in diverse richieste di concessione di contributi pubblici, che erano state inoltrate all’AG.E.A. in un arco temporale compreso tra il 2007 e il 2015. Inoltre, l’attenta analisi dei dati riportati nelle domande ha permesso di constatare che le superfici illecitamente utilizzate da una delle due aziende agricole erano pari a trenta ettari e incidevano per oltre il trentacinque per cento sul totale indicato in domanda, mentre nel caso della seconda ditta si estendevano su un’area di ben quaranta ettari.

I due titolari, F.T., di 62 anni, e B.L.M. di 53 anni, sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Enna, competente territorialmente, per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, reato che prevede la reclusione fino a sei anni, oltre che per falso ideologico. Successivamente, il Gip del Tribunale di Enna, Elisabetta Mazza, ritenendo sussistenti i presupposti rappresentati dai sostituti procuratori, Francesco Lo Gerfo e Stefania Leonte, ha disposto la misura cautelare del sequestro preventivo delle somme presenti sui conti correnti, di titoli e di sei tra terreni e fabbricati, riconducibili ai titolari delle aziende agricole, sino alla concorrenza degli importi indebitamente percepiti pari a centoseimila euro.

 

Cinque falsi ciechi individuati a Barcellona Pozzo di Gotto. Sorpresi a tentare la fortuna alle slot machine o a fare shopping, oppure a sfidare il traffico. Secondo quando accertato dalla Guardia di Finanza, avrebbero percepito nel tempo seicentomila euro tra pensioni di inabilita' e indennita' di accompagnamento. Due di loro sono stati, inoltre, assunti in enti pubblici come centralinisti sfruttando la normativa a beneficio degli invalidi. Adesso, oltre ad essere stati segnalati alla Corte dei Conti per danno erariale, dovranno rispondere del reato di truffa aggravata e continuata ai danni dello Stato, per il quale sono previsti fino a sei anni di reclusione.
Le Fiamme Gialle, pedinandoli, hanno ripreso i cinque furbetti mentre girovagavano tra le vie della citta' e dell'hinterland schivando, nel traffico cittadino, ostacoli e auto, scegliendo prodotti tra gli scaffali dei supermercati e, in un caso, giocando anche alle slot machine. Quattro dei cinque indagati sono uomini di eta' compresa tra i 40 e i 60 anni che, sulla carta, figuravano come "non vedenti assoluti", mentre una quinta persona, una donna di 78 anni, risultava essere affetta da cecita' parziale, ossia con un residuo visivo non superiore a un ventesimo in entrambi gli occhi. I finanzieri barcellonesi, grazie anche all'ausilio di un dirigente medico specializzato nel settore che ha analizzato e valutato il materiale video-fotografico raccolto, hanno rilevato l'incompatibilita' delle azioni compiute dagli indagati con lo stato di cecita' dichiarato.

I finanzieri del Gruppo di Messina hanno sottoposto a sequestro a Messina ottanta volatili di specie protetta, denunciando una persona. Le Fiamme Gialle, dopo accurati appostamenti e sopralluoghi, hanno individuato un’illecita commercializzazione di fauna selvatica protetta nel centro della città di Messina, esattamente presso il mercato rionale di piazza del Popolo, che si svolge ogni domenica. Al termine dell’operazione sono stati posti sotto sequestro ottanta uccellini selvatici di varie specie, come “cardellini”, “verzellini” e “fanelli”, che si trovavano esposti in sei gabbie posizionate sui muretti della menzionata piazza, pronti per essere venduti.

L’attività dei finanzieri ha permesso di denunciare una persona per violazione della legge sulla protezione della fauna selvatica, che prevede l'arresto fino a un anno e un'ammenda fino a un massimo di oltre quattromila euro. Le norme vigenti vietano, infatti, sia la detenzione che l’acquisto e la vendita. Anche per chi acquista esemplari di fauna selvatica sono previste sanzioni amministrative per importi che superano i 770 euro.

I volatili, dopo la verifica delle condizioni sanitarie da parte del responsabile del “Centro Recupero Fauna Selvatica” di Messina, Anna Giordano, sono stati liberati nei pressi del Forte Ferraro, sui colli San Rizzo. Il sequestro eseguito dalla Guardia di Finanza di Messina rientra nel contrasto a ogni forma di illegalità ed evidenzia, nel caso specifico, l’attenzione al settore della protezione dell’ambiente, per la tutela della fauna posta in pericolo da attività e traffici illeciti.

Un’impresa di Gioiosa Marea (Me) operante nel settore agricolo, aveva percepito un contributo regionale e comunitario nell’ambito dei fondi a carico sia del Programma di Sviluppo Rurale Sicilia che del Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, relativo al rimboschimento di terreni agricoli. La frode ha riguardato i fondi destinati al rimboschimento di un terreno dell’estensione di trenta ettari, sito nel territorio del comune di San Piero Patti, nell’area dei Nebrodi. Gli organizzatori della truffa, residenti a Gioiosa Marea, avevano richiesto e ottenuto risorse finanziarie pubbliche presentando fatture emesse da persone che non avevano prestato alcuna attività relativa alla preparazione delle superfici destinate alla piantumazione di 24.000 alberi, del tipo latifoglie, da destinare alla produzione di materiale legnoso.

Attraverso una minuziosa attività ispettiva gli investigatori della Guardia di Finanza hanno passato al setaccio tutta la documentazione relativa al finanziamento pubblico, riuscendo a individuare un articolato sistema posto alla base della frode, imperniato sull’utilizzo sistematico di fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti. Tali documenti erano serviti ai responsabili del meccanismo truffaldino per giustificare agli enti erogatori, tra cui l’Assessorato Regionale alle Attività Produttive della Sicilia e l’A.G.E.A. (Agenzia per le erogazioni in agricoltura), spese in realtà mai sostenute. I costi fittizi venivano inseriti nei progetti presentati per ottenere illecitamente la concessione del finanziamento, il cui importo complessivo è risultato essere pari a circa 180 mila euro.

L’attività d’indagine, diretta dai Sostituti Procuratori della Repubblica di Patti, Giuseppe Costa e Maria Milia, si è conclusa con la denuncia di undici persone ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di truffa aggravata finalizzata al conseguimento di erogazioni pubbliche ed emissione e utilizzo di fatture false, per i quali è prevista la reclusione fino a un massimo di sei anni. Contestualmente, su disposizione del G.I.P. del Tribunale di Patti, Eugenio Aliquò, i finanzieri pattesi hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo di somme di denaro e beni immobili fino a concorrenza dell’importo indebitamente percepito.

 

 

 

 

 

I finanzieri appartenenti al Gruppo della Guardia di Finanza di Messina, su disposizione del Giudice per le Indagini Preliminari del locale Tribunale, Salvatore Mastroeni, hanno dato esecuzione ad una ordinanza di custodia cautelare degli arresti domiciliari a carico di M.A., di anni 67, imprenditore nel settore edile ed hanno, altresì, notificato, una misura dell’obbligo di dimora nel Comune di Messina ed una relativa all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Per un altro imprenditore del settore edile S.A. di anni 56 è stato disposto il divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriali per 12 mesi. Con il medesimo provvedimento il G.I.P. ha disposto il sequestro preventivo dei conti correnti intestati a quattro società unitamente all’intero complesso dei beni aziendali, nonché delle quote di capitali e delle azioni intestate, sia alle persone destinatarie delle misure cautelari personali restrittive, che agli altri indagati, per un valore complessivo di circa due milioni di euro.

Nell’ambito delle indagini svolte dai militari delle Fiamme Gialle, coordinate dal Sostituto procuratore Antonio Carchietti della Procura della Repubblica di Messina, i quattro soggetti oltre ad altri cinque, risultano indagati in concorso per bancarotta fraudolenta, per aver distratto ingenti somme di denaro dal patrimonio di una S.r.l., con volume d’affari annuo di circa 1,5 milioni di euro, operante nel settore delle costruzioni con lavori affidati sia da enti pubblici che privati ed averne dolosamente cagionato il fallimento con l’aggravante della pluralità dei fatti commessi.

Gli analitici accertamenti svolti dalla Guardia di Finanza hanno consentito di svelare quello che si ritiene essere uno strutturato progetto criminoso che è stato attuato mediante una serie di operazioni commerciali e contabili grazie alle quale la S.r.l. è stata spogliata di propri beni e disponibilità economiche, mediante il dirottamento dei lavori pubblici appaltati ad altre imprese compiacenti.

L’attenzione degli investigatori si è concentrata sulla simulazione di atti di cessione di “rami d’azienda” e sull’attuazione di condotte distrattive effettuate ai danni del patrimonio societario, realizzate attraverso sistematici, ripetuti ed ingenti prelievi di denaro contante dai conti societari, mediante l’alterazione della contabilità, realizzata attraverso l’occultamento dei corrispettivi, la contabilizzazione di costi fittizi e l’annotazione di meri giroconti e storni risultati privi di qualsiasi giustificazione economica, nonché con la distrazione di risorse finanziarie e mezzi aziendali di valore. In alcuni casi i beni e le utilità stornate sono state occultate nei conti personali o nelle casse di altre società coinvolte, grazie anche alla compiacenza di alcuni dipendenti e collaboratori: L.F. di anni 35, L.M. di anni 43 e P.G. di anni 77, anch’essi indagati.

La S.r.l. oggetto d’indagine, senza apparente ragione economica che non fosse assorbirne gli utili, di fatto è stata abbandonata ad un inevitabile fallimento il cui scopo era che i creditori non trovassero risorse per soddisfare i propri diritti.

Il disegno criminoso, oltre che con i gravi illeciti contabili e fiscali rilevati, veniva altresì attuato in alcuni casi mediante la rinuncia a rilevanti appalti pubblici ottenuti che consentiva l’aggiudicazione a favore di altre società consenzienti, nei confronti delle quali, in qualche caso, è stata riscontrata anche la vendita dei beni strumentali, circostanza che è avvenuta grazie al coinvolgimento diretto anche di altri tre imprenditori indagati, A.G. di anni 72, B.C. di anni 64, S.G.M. di anni 43.

I provvedimenti odierni giungono al termine di una complessa ed articolata attività investigativa, anche di natura tecnica, e di mirati accertamenti bancari che hanno riguardato centinaia di conti correnti, consentendo di quantificare in oltre due milioni di euro la somma distratta ed in circa 5,5 milioni di euro i tributi non versati all’Erario.

La pena prevista per il reato di bancarotta fraudolenta è la reclusione da tre a dieci anni.

Nella rete degli inquirenti sono finite figure note e meno note, protagonisti da anni della storia che lega la mafia con il territorio messinese. A finire in manette Domenico La Valle, Paolo De Domenico, Francesco Laganà, Antonino Scimone, Alfredo Trovato, Salvatore Trovato e Giovanni Megna, tutti appartenenti al clan “Mangialupi”, operante nella zona sud di Messina. Altre quattordici persone sono state arrestate per reati quali traffico di stupefacenti, estorsione, furti, rapine e detenzione illegale di armi.

Per gli inquirenti la figura cardine dell’indagine sarebbe Domenico La Valle, titolare di un’attività commerciale nel quartiere a ridosso dello stadio di calcio “G.Celeste”, che è stato coinvolto sin dagli anni ’80 in alcuni procedimenti penali che lo indicavano come imprenditore strettamente collegato ad esponenti della nota cosca Trovato - clan “Mangialupi”, anche se lo stesso a suo tempo non è stato condannato per le ipotesi contestate.

Le complesse attività d’indagine dei finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria di Messina, protrattesi per due anni, hanno permesso di “leggere” e di avere una visione completa di tutte le operazioni commerciali, finanziarie ed imprenditoriali che hanno visto, negli ultimi trent’anni, al centro la figura di La Valle, contornato da taluni suoi familiari e da una fitta rete di fidati collaboratori, consentendo di delineare il ruolo apicale assunto all’interno del citato sodalizio mafioso. I finanzieri ritengono sia lui ad avere assunto il controllo pressoché esclusivo delle attività illegali della cosca, costituendone il punto di riferimento “imprenditoriale”, facendo da contraltare al ruolo “operativo” ricoperto dai fratelli Trovato.

Dalle indagini è emerso come La Valle, avvalendosi dell’apporto qualificato di uomini di sua fiducia quali Paolo De Domenico e Francesco Laganà gestisse numerose attività economiche, rappresentate da diverse società di noleggio di apparecchi da gioco e scommesse, da una sala giochi, da un distributore di carburanti, da una rivendita di generi di monopolio e come avesse la disponibilità di numerosi immobili, tutti formalmente intestati a familiari (quali la moglie Grazia Megna) e a terze persone compiacenti, tra cui Antonino Scimone, Giancarlo Mercieca e Francesco Benanti, al fine di scongiurare il rischio di essere colpito da provvedimenti giudiziari di sequestro e confisca.

Gli interessi illeciti nel lucroso settore del noleggio e della gestione di centinaia di apparecchi da gioco da parte di ditte riconducibili a La Valle, avrebbero fatto assumere nel tempo una notevole posizione nel mercato di Messina e provincia, consentendogli di accumulare ingenti somme di denaro “in nero”, messe a disposizione della cosca di appartenenza per le più disparate finalità illecite. In proposito, le Fiamme Gialle durante le investigazioni hanno sequestrato 159 di tali macchine e 369 schede elettroniche, la metà delle quali, a seguito di perizie effettuate da consulente tecnico della Procura, sono risultate essere state alterate per ridurre le probabilità di vincita.

L’ufficio all’interno del distributore di carburante posto nelle immediate adiacenze del bar di proprietà, per gli inquirenti costituiva una vera e propria “cassa continua” dell’organizzazione. A dimostrazione della notevole liquidità raccolta con la fiorente gestione delle attività illecite nel settore delle videoslot è significativo che nel corso di una perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza, all’interno di una botola ubicata nella cabina del distributore, siano stati sottoposti a sequestro oltre 140 mila euro in contanti. In tale circostanza, è stato rinvenuto anche un “libro mastro” ove erano annotati, con cadenza mensile, i guadagni, pari ad oltre 1.800.000 euro, che la cosca era riuscita ad incassare, in contanti, in circa sei anni, attraverso l’attività di noleggio di una parte degli apparecchi illegali.

In un’altra circostanza Alfredo Trovato si rivolse a Francesco Laganà chiedendogli 10.000 euro in contanti in brevissimo tempo. La consegna avvenne dopo pochi minuti previa interlocuzione con La Valle che, dopo avere chiesto a Laganà se i soldi servissero a Trovato ordinò di dare immediatamente il contante richiesto.

I finanzieri, dopo aver raccolto numerose intercettazioni ambientali e telefoniche,ritengono che la “base operativa” dell’organizzazione era costituita da un bar di proprietà, luogo ritenuto sicuro per lo svolgimento di affari illeciti, riunioni e rapporti riservati tra l’indagato e soggetti pregiudicati per reati associativi di stampo mafioso ed in materia di stupefacenti (quali i fratelli Alfredo e Salvatore Trovato e Giovanni Aspri, fratello di Benedetto - detenuto), tutti soggetti posti al vertice o comunque riconducibili storicamente al gruppo mafioso operante nel quartiere Mangialupi.

L'indagine ha ricostruito il metodo mafioso posto in essere dagli indagati nella gestione di controversie di varia natura e dei proventi illeciti, e le violente modalità con cui gli associati operavano il capillare controllo del territorio per la gestione delle attività economiche di pertinenza, territorio sottoposto ad un incondizionato “dominio” (da qui il nome dell’operazione). Significativi sono risultati alcuni episodi:

In un caso è stato appurato come, una volta acquisito il controllo delle zone di influenza mediante l’installazione di videoslot in svariati locali della città e della provincia, il gruppo si sia preoccupato di garantire che nessuno interferisse con le attività di gioco e scommesse. Presso alcuni esercizi commerciali ove erano installati propri apparecchi, ignoti si erano introdotti nei locali al fine di scassinare le macchine ed impossessarsi del denaro al loro interno. L’attività investigativa avrebbe consentito di accertare come Domenico La Valle, insieme ad Alfredo e Salvatore Trovato, con la complicità di Francesco Laganà, Antonino Scimone e Paolo De Domenico, facendo leva sulla forza intimidatrice e sulla conseguente condizione di assoggettamento, fosse riuscito agevolmente ad individuare gli autori materiali dei delitti e a farsi restituire, in breve tempo, i proventi dei furti.

In un secondo caso la violenza e la caratura criminale degli indagati, e la loro volontà di ribadire la propria egemonia nel settore del gioco d’azzardo rafforzando il “prestigio” dell’organizzazione, si sarebbero manifestati in occasione di un brutale pestaggio posto nei confronti di un extracomunitario, colpevole solo di avere conseguito una consistente vincita giocando con le macchinette riconducibili al clan che, in conseguenza di ciò, stava perdendo del denaro.

In un terzo caso è stata registrata una conversazione tra Domenico La Valle, Alfredo Trovato e Giovanni Aspri nel corso della quale i primi due, al fine di vendicare un torto subito da Aspri, lo avrebbero  invitato più volte, in modo perentorio a punire l’umiliazione ricevuta, gambizzando il soggetto che si era macchiato di tale affronto. Anche persone estraneee alla compagine criminale, che però evidentemente conoscevano la caratura ed il peso di La Valle e dei suoi sodali, si sarebbero affidati a lui per ottenere in qualche modo “giustizia”. E’ il caso di una persona che aveva subito il furto del proprio cane da caccia di valore e aveva richiesto l’intervento in “soccorso” di Domenico La Valle e di Alfredo Trovato, grazie ai quali è poi effettivamente riuscito non solo a rientrare in possesso dell’animale, ma anche ricevere le scuse dall’autore del furto.

Nel corso delle investigazioni sarebbero stati accertati anche numerosi casi di furto, di illecita detenzione di armi, nonché plurime cessioni di sostanze stupefacenti e reiterate violazioni della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, attraverso la cui ricostruzione ha consentito l’arresto anche di Alberto Alleruzzo, Francesco Alleruzzo, Angelo Aspri, Giovanni Aspri, Carmelo Bombaci, Nunzio Corridore, Santo Corridore, Francesco Crupi, Domenico Galtieri, Giuseppe Giunta, Daniele Mazza, Francesco Russo, Gaetano Russo e Mario Schepisi.

A seguito dell’accurata ricostruzione patrimoniale degli interessi imprenditoriali di La Valle, contestualmente all’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare, sono stati apposti i sigilli a tre società operanti nel settore del noleggio di centinaia di apparecchiature da gioco e scommesse, a diciotto immobili, tra cui una lussuosa villa con piscina ubicata nella zona tirrenica ed un prestigioso appartamento con attico a Messina, a una rivendita di generi di monopolio e ad un’imbarcazione tipo gommone, per un valore complessivo di dieci milioni di euro.

Ben 190 uomini e 50 mezzi impegnati per effettuare 21 arresti e sequestri di beni per 10 milioni di euro. I finanzieri del G.I.C.O. del nucleo polizia tributaria, dalle prime luci dell'alba stanno eseguendo gli ordini di custodia cautelare nei confronti di 21 presunti componenti del clan Mangialupi a Messina. Le accuse -a vario titolo- sono di associazione di tipo mafiosa finalizzata all'estorsione e allo spaccio di sostanze stupefacenti. I dettagli dell'operazione saranno resi noti nella giornata odierna, durante una conferenza stampa che si terrà presso la sede del Comando Provinciale di Messina.

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