Una porzione surreale di mondo per imparare a volare negli “Aquiloni” diretti da Nicola Orofino

By  Giusy Arimatea Feb 25, 2018
Un libro, “L'uomo che era morto" di David Herbert Lawrence, e due anime avvinghiate alla terra ma spiritualmente protese al cielo. Parte da qui Nicola Alberto Orofino per architettare un universo piccolo piccolo e ficcarci dentro il mondo tutto, col suo carico di bellezza e orrore, di quiete e nevrastenie, di sanità e cagionevolezza, di sacro e profano, di purezza e sofisticazione, di realtà e sogno.
Ogni parola risulta inadeguata alla più attenta e meticolosa trascrizione di quanto è accaduto sulla scena. Ogni angolatura parziale. Ogni evidenziazione una esclusione. Ché il miracolo compiuto dalla drammaturgia prima e dalla regia dopo, in “Aquiloni”, si presta solo all’introiezione, quindi al rimaneggiamento più intimo e squisitamente personale.
Così Salvatore detto Salvo e Maria detta Maddy, in sessanta minuti di parole e gesti che ruzzolano nel declive pendio dei loro miseri universi, disseppelliscono il candore primigenio di matrice rousseauiano e, per un istante, credono ancora nel sogno. Non v’è più distanza tra le anime quando prende forma certa vita e assume consistenza l’ipotesi di condividerla. L’universo di Salvo, sacro come sacro è il convento ove l’uomo dimora, non investe l’universo di Maddy, alla quale il destino ha riservato la vendita del proprio corpo e un po’ di musica, per renderla meno onerosa. Quando si frantumano le categorie di giudizio e, con esse, i discernimenti valoriali, allora ci si parifica. E si è meno soli. “L’aquilone” di Pascoli a riconciliare le attese, i petali della primavera agognata a restituire la speranza; il cielo, sulle loro teste, che sembra non cadere più. Ora che tutto, in due, è meno detestabile.
Salvo, con le sue ingenuità e quel fine salvifico, nomen omen, cui sembra essere stato destinato, incarna un’ideale per Maddy, a sua volta epigono di quell’esistenza strampalata che affascina l’uomo. È un itinerarium mentis, “in deum” se vogliamo, quello che i due compiono tra i non luoghi dell’anima. Per caso o per volere di quel burattinaio che li ha condotti fin là e che per un’ora appena ha rinunciato a muoverne i fili.
Salvo e Maddy sono due aquiloni. Sono esseri cui l’esistenza non ha mai dato modo di volare e che lì, in quella porzione surreale di mondo, apprendono per la prima volta la libertà. Ma la salvezza è un’utopia, il corpo che la incarna un sepolcro. Il volo un tòpos della letteratura, destinato al precipizio. La felicità un battito d’ali, una primavera che dura appena una stagione.
Questa, fatta salva la premessa in merito alla parzialità delle parole che fissano sulla carta certo teatro, è la storia. Poi c’è la messa in scena, negli spazi rapinosi dei Magazzini del sale. E lì si dispiegano la destrezza attoriale di Francesco Bernava e Alice Sgroi, la regia funambolica di Nicola Alberto Orofino, l’allestimento di Arsinoe Delacroix, le luci di Luca Giannone. Tutto a convergere in quell’unica direzione che i venti non mutano ma che la vita ripetutamente e sadicamente sposta di un metro più in là: il sogno. Così, tra le note di Verdi, Capossela, De Andrè, Rita Pavone, Tenco, Jovanotti, Rino Gaetano, nella gradevole e confacente mistura di terra e cielo musicale, Salvo e Maddy aprono e chiudono la più significativa parentesi della loro vita.
Last modified on Sunday, 25 February 2018 12:53

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