Dopo il successo e il sold out di “Agrigento stazione di Agrigento” Gianfranco Quero, “Lo scoglio del Mannaro”, con Simone Corso, è il secondo spettacolo della rassegna “Promontorio Nord”, curata da Roberto Zorn Bonaventura che andrà in scena martedì 21 agosto, al tramonto, nella
tenuta Rasocolmo di Francesco Giostra Reitano (inizio ore 18.30), all'interno degli eventi Caporasocolmo summer fest. La collaborazione artistica è di Adriana Mangano. Lo spettacolo, andato in scena precedentemente con grande successo di pubblico e di critica, all'interno del settecentesco cortile Calapaj-D'Alcontres, vede come protagonista un giovane scrittore inglese, il quale, certo del suo mondo fatto di imperativi, si scontra con una realtà
improbabile, una storia mitica, proveniente dal passato, che ha plasmato in maniera indelebile l’identità di un intero paesino della Sicilia nord-orientale. Di fronte a un tale smarrimento, di fronte all’incertezza dettata dal mito, tenuto in vita dai cunti che si sono tramandati di generazione in generazione, Edward reagirà provando a illuminare le menti di quegli uomini e di quelle donne, accompagnandole sulla via del vero (e del verificabile). Ma quanto, questa storia, non appartiene anche a lui? Quanto, dentro quell’alterità, c’è già di simile? Il reale è sempre sinonimo di vero e la verità ha sempre un vestito solo? «”Lo scoglio del Mannaro” – spiega Corso -è un racconto che affonda le sue radici dentro il terreno
del mito. È una fiamma accesa in un tempo passato, ormai troppo lontano perché il giovane protagonista ricordi la ragione del suo ardere, e così proverà a toccarla con mano, per accertarsi della sua esistenza, della ragione del suo esistere. Passato, presente e futuro si mischiano in un incontro di culture, mito e reale si legano in un abbraccio in cui è impossibile distinguere uno o l’altro, come se l’uno completasse l’altro e
viceversa, per non lasciare che il vero perda la meraviglia della sua diversità». Simone Corso nasce a Patti (ME) nel 1990. Si forma presso il Teatro di Messina nel biennio 2010/2011, come allievo del laboratorio di formazione teatrale Officina Performativa. Si laurea al Dams nel 2013, con la tesi: “Il Laboratorio di Prato. Vita, morte e miracoli”. Perfeziona la sua formazione con workshop diretti da Longhi, Schechner, Collovà, Cesale, Bongiovanni e Balsamo. Nel gennaio 2015 è in scena con “Contrada Acquaviola n. 1” di cui è anche autore. Lo spettacolo, per la regia di Roberto Zorn Bonaventura, è stato finalista al festival di teatro civile CassinoOff, al Festival di Resistenza, Premio Alcide Cervi, a Gattatico (RE) ed è andato in scena per la IV edizione del Torino Fringe Festival. In teatro è stato diretto da Michele Di Mauro, in “Antigone”; Ninni Bruschetta, in “Amleto”; e
Giorgio Bongiovanni ne “Il Bugiardo”,produzioni del Teatro di Messina. Nel gennaio 2016 è in scena con lo spettacolo “Vina Fausa. In morte di Attilio Manca”, di cui è anche autore, per la regia di Michelangelo Maria Zanghì, presentato tra l’altro nella scorsa edizione de “Il Cortile – Festival
Teatrale”. È autore, insieme con Angelo Campolo, di “Vento da Sud-Est”, una rilettura di “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, prodotto dalla Compagnia DAF; lo spettacolo è andato in scena al Teatro India di Roma nel giugno del 2017 per “Roma per Pasolini”. Nel 2016 idea e dirige lo spettacolo “Dante muore”, vincitore della I edizione del bando internazionale ”Giovani Artisti per Dante”, prodotto da Ravenna Festival. Nel 2017 scrive
“L’Affamatoio o La Parabola del Pane Quotidiano”che è finalista alla V edizione de “I Teatri del Sacro”. Nello stesso anno è assistente alla regia di Angelo Campolo per “Il Ciclope”, prodotto dal Teatro dei Due Mari e dalla compagnia DAF, in scena nei Teatri Antichi di Tindari, Segesta e
all’antico porto di Classe per il Ravenna Festival. Il suo progetto, “X”, su testo di Alistair McDowall, è stato finalista al bando Forever Young de La
Corte Ospitale dove è andato in scena nel luglio del 2018. La rassegna proseguirà il 30 agosto, sempre al tramonto, con lo spettacolo di Auretta Sterrantino Riccardo III - Suite d'un mariage prodotto da QA-QuasiAnonimaProduzioni. La Tenuta Rasocolmo, sull’omonimo promontorio di fronte alle isole Eolie, è un luogo magico, pieno di energia e storia con il suo Faro che illumina la proprietà al calar del sole. Gli ospiti potranno concludere il loro percorso con una degustazione, alla scoperta dei prodotti della nostra terra in abbinamento ai vini della Cantina Giostra Reitano. Per info e prenotazioni: 393.3343760 oppure http://www.tenutarasocolmo.com/eventi.

Penultimo appuntamento della rassegna estiva “Fuori Scena” al teatro Dei 3 Mestieri, il monologo “Cuerpo de alma”, scritto, diretto e interpretato da Donatella Venuti, ha richiamato un folto pubblico, a conferma del credito di cui meritatamente gode l’artista messinese. Un testo ironico, una maniera scanzonata di ragionar d’amore, al contempo sfiorando i drammi interiori, le contraddizioni, i segni che ciascuno porta del proprio passato, i conflitti irrisolti da affrontare per sopravvivere. Lo spettacolo s’apre sulla scena dell’orto dei Capuleti e svecchia la storia di Romeo e Giulietta, volutamente immiserendola, ammantandola di provincialismo e ridicolaggine. Vira quindi sul gap generazionale tra madri e figlie, al cospetto dei sentimenti come della vita. A ritroso, la madre che tarpa le ali alla figlia, che svilisce con un insostenibile “ma finiscila!” i suoi sogni, che non crede nel teatro e che piuttosto assegnerebbe alle donne il ruolo di maestre in una società ancora fatta su misura per l’uomo. Poi però c’è il Settanta, c’è la rivoluzione sessuale, c’è la fallace percezione di aver cambiato il mondo. E, nell’avvicendarsi di scenari e di generazioni, cambiano le figlie e con loro le madri. Si passa dalla fame di attenzioni di bambine che imparavano presto a bastare a sé stesse, con tutte le mancanze che si trascinavano dietro, alla presenza eccessiva e talora ingombrante delle madri troppo amiche, con la conseguente interruzione della crescita di figlie sempre meno capaci di reggersi sulle proprie gambe. Permangono i conflitti, permane la voglia di fuga. Il fallimento è il refrain del tentativo di essere una buona madre, tra scontri di mondi per loro natura inconciliabili. L’abbrutimento della società aleggia sui conflitti, ma resta a margine, perché possano meglio risaltare le anime cui dà vita Donatella Venuti, accompagnata per tutta la durata del monologo dalla chitarra di Arcadio Lombardo.
E tra il susseguirsi di dialoghi al femminile e qualche pezzo cantato dalla stessa Venuti, l’ulteriore sortita di Shakespeare è un altro lampo di luce sull’amore. Forse troppo veloce per scandagliarne la vera natura. Tutto resta appena sfiorato. Tutto, sul punto di prendere forza, svanisce. E il tutto è forse troppo perché possa aspirare a una rappresentazione convincente. Spiace così che “Cuerpo de alma”, sincero e apprezzabile nelle intenzioni, non sia riuscito a spiccare quel volo che avrebbe reso maggior merito al talento attoriale di Donatella Venturi. Ai suoi intenti programmatici, presumibilmente pregevoli considerata la profonda conoscenza del teatro e l’esperienza sulla scena, non sono di fatto corrisposti i risultati auspicati. Dal sistema scenico non è stato sempre possibile estrapolare le chiavi di lettura del testo, così che tutto è rimasto come sospeso, difettando presumibilmente la funzione calibrante della regia. Si riconosce malgrado ciò a Donatella Venuti il coraggio di mettersi in gioco, di tentare sempre nuove strade, con quella effervescenza che le appartiene e quel talento che, in una sera d’estate, può permettersi generosamente di sprecare.

Penultimo appuntamento con “Fuori Scena”, la stagione di teatro all’aperto organizzata dal Teatro dei 3 Mestieri di Messina. Giovedì 16 agosto alle ore 21.30 andrà in scena l’attrice e regista Donatella Venuti con il suo monologo “Cuerpo de alma”. Con questo testo ironico scandaglia la natura oscura dell’amore, dando vita a personaggi contraddittori, sempre in lotta con sé stessi.  Sul palco, Donatella Venuti che sarà accompagnata dalle musiche eseguite dal vivo da Arcadio Lombardo alla chitarra, rivisiterà l’amore giovanile e fatale tra Giulietta e Romeo nella famosa scena dell’Orto dei Capuleti, rielaborata in chiave comica e grottesca con i due personaggi che diventano caricature, un pò naif, come due attori in cerca del ruolo. Una citazione dal Macbeth crea un flash su un’altra tipologia di rapporto amoroso, quella diabolica tra Lady Macbeth e Macbeth; quindi “Cuerpo de mujer” di Neruda rimarca la bellezza e la sensualità dell’amore. Ma lo spettacolo concentra il suo significato, per lo più, nel monologo della donna che racconta la sua esperienza di vita: il rapporto/scontro con la madre e quello attuale con la figlia solo apparentemente idilliaco, cosa che mette in evidenza il trascorrere del tempo, come si è stati e come si è, le battaglie, le responsabilità, le conquiste, i famigerati anni ‘70, cose che ora sembrano disperse nel vento dell’omologazione contemporanea. Affrontando tante situazioni, la pièce vuole, con leggerezza, parlare di sentimenti, soavi, profondi, aggressivi che ci legano agli altri, che danno un senso al nostro percorso terreno, che danno gioia, dolore, felicità, tristezza in questo teatro del mondo dove ci agitiamo, come poveri commedianti, per la breve durata di una piccola candela “che non significa nulla”.

A partire dalle ore 20.30 è in programma un apericena

CUERPO DE ALMA
Scritto e diretto e interpretato da Donatella Venuti 
Con Arcadio Lombardo alla chitarra

Oggetti di scena Franco Lombardo e Giulia Villarmonte
Luci Giulia Villarmonte

Info e prenotazione: 090.622505 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.www.teatrodei3mestieri.it

Qual è il luogo adatto per accogliere le parole oggi? Quale la maniera di indirizzarle agli altri o di farle rimbalzare sul terreno della comunicazione? Quali sono i mezzi deputati a dar loro consistenza? E le parole possono ancora dipingere la realtà? Troppo labili sono, in questo tempo, i confini tra ciò che effettivamente percepiamo come reale e l’universo virtuale che ci ha fagocitati. Tutto attorno a noi sembra dissolversi. La storia stessa, quel divenire di cui avevamo coscienza, è una trama facilmente alterabile. Permane il bisogno di arrestare il lesto fluire delle cose, ma per far ciò è verosimilmente al presente che ci si deve adeguare. Turi Zinna, nel cortile del settecentesco palazzo Calapaj - d’Alcontres, ha raccontato ieri una storia. Ma non l’ha fatto con le usuali modalità narrative, non ha obbedito alle tradizionali regole che pretendono la ragionata organizzazione di pensieri e parole. Turi Zinna ha posto sé stesso al servizio delle “macchine” che confezionano la realtà, incessantemente sfumandone i confini, e ha provato a governarle. Il fine ultimo la ricostruzione di una infinitesimale porzione di passato. I mezzi, quelli più a portata di mano, appunto.
Così che sulla musica techno e sulle trame delle immagini vi ha adagiato la voce, mentre dipanava la storia. Un cunto nell’era ove tutto passa velocemente, ove l’uomo dimentica. L’arduo tentativo di arrivare agli altri coi suoni e i colori, per restare qualche istante in più e provare a solleticare, a disturbare se necessario.
La storia di Gioacchino il barbiere, torturato per errore dalle squadre fasciste catanesi, è la storia di un mondo che chiede scusa e ringrazia i suoi aguzzini, salvo poi non trovare la strada di casa per tornare a una vita seppellita per sempre dalle botte e fuggire, timidamente sperando in una nuova alba. I discorsi di Benito Mussolini alle spalle, parole mitragliate sul pubblico. Ché, se non basta la storia, gli effetti centrano più facilmente l’obiettivo. E dall’epigrafe delle “Nozze di Cadmo e Armonia” di Sallustio la premessa: “Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre”. Manifesto programmatico della storia nell’accezione vichiana, monito alle coscienze, ora che il tempo reitera le premesse di nuovi conflitti e un Duce può sempre irrompere nelle nostre vite. Gioacchino il barbiere ha bevuto un quarto di litro di olio di ricino, ha la bocca spaccata dai calci, i reni fracassati dalle manganellate, la pancia squassata dai pugni. E ha la morte dentro. È morto dentro. Si aggira alla ricerca di un bagno per i vicoli di quella Catania che nel 1937 era stata imbellettata per il passaggio di Mussolini. Ai profumi di zagara si mischiavano i miasmi della miseria. Lì sarebbe dilagata la guerra. Lì Gioacchino, passando dagli archi della Marina alla stazione e alle ciminiere, ritrovava un po’ di sé. Quello strano senso di libertà e di felicità che provano i bambini, quando non hanno vergogna di niente. La quiete dopo la tempesta, l’illusione di un orizzonte da scorgere tra le macerie di mondi distrutti e mai più ricostruiti, come il quartiere San Berillo a Catania, sventrato negli anni Cinquanta, con la conseguente “deportazione” di circa tremila abitanti. Le palizzate erette per nascondere al duce la miseria sono divenute parte integrante e stabile della sua carne urbanistica. E lì si ergono, a dispetto dei tempi che passano veloci e di un mondo che va di fretta, pretendendo di lasciarsi alle spalle le tracce dei disastri, paradossalmente arando il terreno per accoglierne di nuovi.
A Turi Zinna, cui l’acustica del cortile e la mole di strumenti da governare, in perfetta solitudine, non hanno certo facilitato il compito, va riconosciuto il merito di aver sperimentato inedite forme artistiche, con il coraggio di chi osa. “Il muro – cronachetta drammatronica di una civile apartheid”, diretto da Federico Magnano San Lio, ha mosso le fila da una riflessione sulla drammaturgia contemporanea e di quell’adeguamento al presente con cui, volente o nolente, l’artista deve misurarsi. Si storce sempre il naso sul nuovo, fa parte del gioco. La perfezione formale della tecnologia costruita “a freddo” può sopraffare la materialità “calda” dell’attore, come può esserne sopraffatta. Ci sta che lo spettatore percepisca ora l’inadeguatezza dell’una ora quella dell’altro. Esiti prevedibili delle forme espressive ancora in gestazione, delle sperimentazioni che sono boccate d’ossigeno tra la nebbia nera dell’immobilismo creativo. Con l’oratorio techno di Turi Zinna si chiude il “Il Cortile - Teatro Festival”, diretto da Roberto Zorn Bonaventura con la collaborazione di Giuseppe Giamboi, titolare del ristorante “A Cucchiara”. Grande affluenza di pubblico e un attestato di qualità che si è rinnovato negli anni e che persuade Bonaventura e Giamboi a resistere, tra le mille difficoltà che inevitabilmente incontra chi si spende nel teatro, auspicando semmai quell’attenzione istituzionale fino a questo momento negata.

Prosegue la rassegna teatrale e musicale “Promontorio Nord” curata dal regista Roberto Bonaventura e dal musicista Tony Canto che il 6 agosto scorso con “Sette corde a una voce” ha inaugurato il “Capo Rasocolmo Summer Fest”, entro cui la rassegna si inserisce. Capo Rasocolmo è il punto più a Nord della Sicilia e lì si schiude quel magnifico panorama che dal mar Tirreno raggiunge le isole Eolie. Nel boschetto di pini della Tenuta Giostra Reitano, alla luce del tramonto, è stata la volta ieri del monologo “Agrigento, stazione di Agrigento”, che l’autore e attore Gianfranco Quero da anni porta in giro per l’Italia. Una maniera scanzonata, la sua, di raccontare Luigi Pirandello, disseppellendo frammenti di vita che ne hanno segnato il percorso artistico e umano, intercalando brani tratti dalla sua vasta produzione e vivificandone i contenuti, attualissimi in molti casi. Nel far ciò, Gianfranco Quero lascia trapelare tutto quanto il suo amore per lo scrittore di Girgenti, carta vincente di uno spettacolo che non manca mai l’occasione di trascinare il pubblico in quell’universo, piccolo se vogliamo, ove Pirandello ha maturato la sua poetica. Un racconto “a sautari”, che a ogni piè sospinto si serve del dialetto per restituire i colori e le infinite sfumature della terra che diede i natali allo scrittore. Lembo di terra tra l’antica Girgenti e la marina di Porto Empedocle, Caos fu la località che Pirandello decise di abitare per sempre, come aveva espressamente chiesto prima di morire. L’urna greca che accoglie le sue ceneri fu trasportata in treno ad Agrigento, per essere murata in una rozza pietra all’ombra di quel pino marittimo che, solitario, resistette al disfacimento della natura attorno prima d’essere colpito da un fulmine e ripiantato nel 2001.
Parte dal viaggio compiuto dall’urna per raggiungere la stazione di Agrigento il racconto di Gianfranco Quero e non rispetta la fabula, prediligendo piuttosto l’uso di anacronie e digressioni per ottenere effetti narrativi senz’altro più accattivanti.
E l’attore stesso si improvvisa viaggiatore, con tanto di valigia al seguito, come per scortare quell’urna che diventa pretesto per richiamare alla memoria il viaggio esistenziale del drammaturgo, dapprima figlio, poi marito, padre, all’occorrenza anche amante. C’è dapprima il giovane Pirandello a districarsi tra quelle dinamiche familiari che percepisce oltremodo distanti dal suo personale universo. Quindi il suo vagabondare per un mondo che è quella “grande pupazzata” ove ciascuno diventa pupo per conto suo, processo in virtù del quale su questa terra non può mai regnare l’armonia. Infine il marito Luigi, alle prese con la follia di quella giovane donna che il destino aveva scelto per lui e grazie alla dote della quale, fino al disastro economico familiare, aveva potuto senza affanno dedicarsi all’arte. Scorre innanzi agli occhi del pubblico la carrellata di uomini e donne cui presta abilmente voce e corpo Gianfranco Quero, innanzi al suggestivo scenario che si scorge dal promontorio. Le digressioni, numerosissime e all’apparenza accidentali, ricostruiscono buona parte dell’esistenza di Pirandello. Flash a illuminare un istante, un particolare che momentaneamente si priva dell’ombra e contribuisce a formare quel tutto cui mira il lavoro di Quero.
Dalla condizione borghese, dalle miniere di zolfo e dalle tradizioni garibaldine della famiglia, al senso d’estraneità che affliggeva il giovane Luigi, quando non diventava fastidio per quelle campane che suonavano a presagire fischi di treni deputati alla reazione, al drastico cambiamento. Da Palermo a Bonn, dove Pirandello nel 1891 si laureò in Filologia romanza con una tesi su “Suoni e sviluppo di suoni nel dialetto di Girgenti”.
Dall’ombra del pino marittimo ai palcoscenici dei teatri ove obbligava attori del calibro di Angelo Musco e Marta Abba a estenuanti fatiche. Da pagine e pagine di romanzi, novelle, poesie e teatro a quell’ultimo capolavoro, incompiuto, che è “I giganti della montagna”, a conclusione della fase dei miti verso cui aveva virato la sua produzione drammatica. A margine dello spettacolo, vita e forma, maschere, la spersonalizzazione nella società, le trappole in cui si dibatte l’individuo, prima fra tutte la famiglia; ancora la fuga, la ricerca di quella condizione metafisica che è salvezza, la filosofia del lontano per cogliere l’inconsistenza, la totale mancanza di senso. Di traverso, a tagliare ogni cosa, l’umorismo, mai nominato eppure adoperato costantemente sulla scena, senza mai calcare la mano. Ché Gianfranco Quero sceglie bene i tempi del racconto, tra le accelerazioni e i rallentamenti che richiedono i viaggi, reali o visionari che siano.

Per la stagione "Fuori Scena" del Teatro dei 3 Mestieri di Messina, oggi 9 Agosto alle ore 21.30, arriva il travolgente Marco Cavallaro con il camaleontico spettacolo "Una serata... come viene". Storie sparse qui e la, senza nessun filo logico, apparentemente. Una serata che vira verso strade diverse ogni volta che si apre il sipario. Il pubblico, la loro sensibilità, il loro modo di ridere e di applaudire indicherà la via giusta per l'attore sul palco, in modo che lui sappia quali siano le storie belle da raccontare. Apericena a partire dalle ore 20.30.

Marco Cavallaro si presenta:

Nasco in Sicilia nell'anno del signore 1976.
A cinque anni minaccio i miei genitori di piangere per otto mesi di fila se non mi avessero portato a teatro. Mi portarono e mi lasciarono lì. Da quel momento comincio a dare spettacolo ovunque mi trovassi: casa, scuola, animali, nomi, città piante e cose. Il mio debutto avviene nel 1992.
A diciotto anni affronto i provini per l'Accademia del Teatro Stabile di Catania.
Dopo aver fatto fuori gli altri candidati con mezzi leciti e illeciti che non sto qui a raccontare per evitare denuncie, supero i provini. Tre anni di grande fatica, di mazzette date ai professori e ricatti al direttore del teatro per farmi lavorare. Non ho mai lavorato con Albertazzi, Proietti, Strehler, Calenda, Patroni Griffi, Visconti, Monicelli, Tornatore..la lista è lunga. Scrivo per il teatro e i miei testi hanno girato la penisola, isole comprese e montanbike con cambio Shimano nell'offerta.
Nonostante tutto la mia professione, inspiegabilmente, ancora continua...  
Marco Cavallaro
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Appartengono al nostro patrimonio genetico i miti e le leggende di questa terra che, tra le tangibili complessità e le anomalie del presente, non manca di custodire un passato di visioni al quale restare avvinghiati, per avere solide radici e, più semplicemente, per essere. Simone Corso, nei panni dello scrittore inglese Edward Hutton, ha scelto un mito e gli si è avvicinato con tutta la cautela che la razionalità impone, salvo poi lasciarsi trascinare in una realtà talora complice della mitologia, in quel suo inesorabile cammino che la conduce fino alle porte di un mondo ove perdersi, ma miracolosamente sopravvivere. Per sempre. Sul corpo senza vita di un saraceno sulla riva del mare di Patti, la fantasia dei siciliani ha imbastito quella leggenda che vuole dimori su uno scoglio lo spirito dell’infedele di rosso vestito fattosi lupo mannaro in quella notte e in tutte le altre di luna piena che seguirono. L’inatteso epilogo delle “feste e festini” cui la sconfitta dei turchi aveva dato il via, il risveglio quando il sangue del nemico ancora si intravede nella rena, la potenza del mito che scorta la storia. E che più non si cura della mura da ricostruire.
Da Cambridge, quando già la virata della letteratura verso i mondi fantastici è intesa come devianza e alibi che nasconde i vizi e le paure degli scrittori, il mito è una semplice fandonia. Il prete che porta i doni della comunità al mannaro, per accattivarsene la benevolenza, un furfante.
A Edward, costantemente in bilico tra il presente di una letteratura ch’egli desidererebbe reale e il passato, quello sì irreale, da respirare nei versi di Alceo, non resta che prendere il mare. L’intento è quello di rischiarare le tenebre dell’ignoranza, di smascherare padre Domenico che sullo scoglio del mannaro nasconde un tesoretto e di tanto in tanto vi attinge. Ad accompagnare Edward, il pescatore Don Calogero che “rema con l’eleganza conferitagli da un sapere antico”. Ad attenderlo il mare, con i suoi abissi, con tutto un mondo sottomarino da scoprire. Un tuffo per addentrarsi nel suo ventre e lasciare affiorare le paure. Sulla roccia una piccola e sgangherata baracca costruita coi legni di una barca. Nell’aria un sibilo crescente, un lamento, un ululato carico di rabbia straziante.
Edward, al risveglio, è seduto e legato a una sedia. Addosso lo sguardo costernato del prete. Quello distaccato del mannaro. Pochi capelli, occhi neri, rughe a segnargli il tempo che neppure deve essere troppo. “Siete voi il mannaro?” è l’ingenua domanda del giovane scrittore.
Mi mannaru ccà” è la verità che surclassa il mito e che è pure la sua ragion d’essere. Luca Visalli, spazzino di professione e untore dei pozzi al tempo in cui la spagnola mieteva vittime fra i superstiti della guerra. Le mani sporche di veleno, l’impossibilità di “campare”, la necessità di “scomparire”. Uno scoglio ad accoglierlo, casa e galera allo stesso tempo. Nessun desiderio di fuga, nessuna vita da ricostruire. Solo la natura a consolarlo. Luca Visalli, mannaro per salvarsi. Indispensabile presenza tra le acque che cullano i miti di un mondo sempre meno idoneo a contenerli.
Il “cunto” di Simone Corso, che si è peraltro ben dimenato tra l’identificazione e lo straniamento che richiedeva la messa in scena, culmina in quell’ululato di speranza che può giungere solo dal mare, sotto un cielo nero nel quale pescare la luna e non smettere mai di cercarsi.
“Lo scoglio del Mannaro”, per il quale Simone Corso ha beneficiato della collaborazione artistica di Adriana Mangano, ha il suo punto di forza nell’orizzonte immaginifico che la scrittura teatrale schiude sulla realtà. Si aggiungano a ciò gli occhi e il corpo di Corso che alle parole imprimono una forza non da poco. E ciò basta per allineare il giudizio estetico, positivo a dispetto di minime sbavature in certi complicati passaggi recitativi, alla risposta del pubblico, che al tacere del lupo mannaro ha riversato su Simone Corso scroscianti applausi.
Il Cortile Teatro Festival, di cui è direttore artistico Roberto Zorn Bonaventura con la collaborazione di Giuseppe Giamboi, anche quest’anno ha beneficiato dell’attenzione di un largo pubblico. Lunedì 13 agosto, ultimo appuntamento, “Il muro – cronachetta drammatronica di una civile apartheid”, di e con Turi Zinna, per la regia di Federico Magnano San Lio.

"Lo scoglio del Mannaro”, una novità assoluta di e con Simone Corso, è il quarto spettacolo de “Il Cortile – Festival Teatrale” e andrà in scena lunedì 6 agosto nello spazio interno del settecentesco Palazzo Calapaj – D’Alcontres in strada San Giacomo, accanto al Duomo (inizio ore 20,45). La collaborazione artistica è di Adriana Mangano. Il protagonista è un giovane scrittore inglese, il quale, certo del suo mondo fatto di imperativi, si scontra con una realtà improbabile, una storia mitica, proveniente dal passato, che ha plasmato in maniera indelebile l’identità di un intero paesino della Sicilia nord-orientale. Di fronte a un tale smarrimento, di fronte all’incertezza dettata dal mito, tenuto in vita dai cunti che si sono tramandati di generazione in generazione, Edward reagirà provando a illuminare le menti di quegli uomini e di quelle donne, accompagnandole sulla via del vero (e del verificabile). Ma quanto, questa storia, non appartiene anche a lui? Quanto, dentro quell’alterità, c’è già di simile? Il reale è sempre sinonimo di vero e la verità ha sempre un vestito solo?

«”Lo scoglio del Mannaro” – spiega Corso - è un racconto che affonda le sue radici dentro il terreno del mito. È una fiamma accesa in un tempo passato, ormai troppo lontano perché il giovane protagonista ricordi la ragione del suo ardere, e così proverà a toccarla con mano, per accertarsi della sua esistenza, della ragione del suo esistere. Passato, presente e futuro si mischiano in un incontro di culture, mito e reale si legano in un abbraccio in cui è impossibile distinguere uno o l’altro, come se l’uno completasse l’altro e viceversa, per non lasciare che il vero perda la meraviglia della sua diversità». Simone Corso nasce a Patti (ME) nel 1990. Si forma presso il Teatro di Messina nel biennio 2010/2011, come allievo del laboratorio di formazione teatrale Officina Performativa. Si laurea al Dams nel 2013, con la tesi: “Il Laboratorio di Prato. Vita, morte e miracoli”. Perfeziona la sua formazione con workshop diretti da Longhi, Schechner, Collovà, Cesale, Bongiovanni e Balsamo.

Nel gennaio 2015 è in scena con “Contrada Acquaviola n. 1” di cui è anche autore. Lo spettacolo, per la regia di Roberto Zorn Bonaventura, è stato finalista al festival di teatro civile CassinoOff, al Festival di Resistenza, Premio Alcide Cervi, a Gattatico (RE) ed è andato in scena per la IV edizione del Torino Fringe Festival. In teatro è stato diretto da Michele Di Mauro, in “Antigone”; Ninni Bruschetta, in “Amleto”; e Giorgio Bongiovanni ne “Il Bugiardo”, produzioni del Teatro di Messina. Nel gennaio 2016 è in scena con lo spettacolo “Vina Fausa. In morte di Attilio Manca”, di cui è anche autore, per la regia di Michelangelo Maria Zanghì, presentato tra l’altro nella scorsa edizione de “Il Cortile – Festival Teatrale” È autore, insieme con Angelo Campolo, di “Vento da Sud-Est”, una rilettura di “Teorema” di Pier Paolo Pasolini, prodotto dalla Compagnia DAF; lo spettacolo è andato in scena al Teatro India di Roma nel giugno del 2017 per “Roma per Pasolini”.

Nel 2016 idea e dirige lo spettacolo “Dante muore”, vincitore della I edizione del bando internazionale ”Giovani Artisti per Dante”, prodotto da Ravenna Festival. Nel 2017 scrive “L’Affamatoio o La Parabola del Pane Quotidiano” che è finalista alla V edizione de “I Teatri del Sacro”. Nello stesso anno è assistente alla regia di Angelo Campolo per “Il Ciclope”, prodotto dal Teatro dei Due Mari e dalla compagnia DAF, in scena nei Teatri Antichi di Tindari, Segesta e all’antico porto di Classe per il Ravenna Festival. Il suo progetto, “X”, su testo di Alistair McDowall, è stato finalista al bando Forever Young de La Corte Ospitale dove è andato in scena nel luglio del 2018. Il Festival, di cui è direttore artistico Roberto Zorn Bonaventura con la collaborazione di Giuseppe Giamboi, si concluderà lunedì 13 agosto con “Il muro – cronachetta drammatronica di una civile apartheid”, di e con Turi Zinna, regia di Federico Magnano San Lio.

Frutto dell’intelligenza, del sarcasmo, della percettibilità di tre donne, “Storie di ordinaria maternità”, andato ieri in scena al teatro Dei 3 Mestieri, ha senza sforzo ritoccato l’immagine stereotipata della donna in gravidanza, restituendole paure e insicurezze di gran lunga più umane del sovrumano coraggio che abitualmente le si ascrive. La maternità è del resto, per la donna, lo spartiacque tra un’esistenza che ruota attorno alla propria persona e quella in cui la propria persona di fatto smette di esistere. Ché tutto deve necessariamente ruotare attorno al figlio. Ché persino dieci minuti di solitudine costituiscono la meta agognata da raggiungere durante ventiquattro ore di incombenze - diciamocelo - non sempre gradevolissime.
E questo è il dopo. Prima c’è il corpo che cambia, prima ci sono tre mesi di nausea, prima c’è la fame da controllare, ci sono i corsi pre-parto da seguire, quelli tradizionali e quelli più à la page che puntano sulla localizzazione prima e sulla gestione dei muscoli del perineo poi.
È tutto un mondo che ti si schiude innanzi e che sostituisce a un ritmo esistenziale hard rock la scansione pop melodica della vita. Succede e basta.
Com’è accaduto a Carmela che, senza ipocrisia, fa fatica ad accettare la propria condizione di mamma anonima. Ora che gli aperitivi con le amiche e le serate in discoteca costituiscono solo il lieto ricordo del tempo che fu. Ora che le borse sotto gli occhi superano quelle nell’armadio. Ora che il solo shopping consentito è quello alla Prenatal e la vip card il marchio tangibile della sua momentanea diversità.
E che dire del parto? A Carmela la testolina che sbuca dal suo corpo esausto non ha rimosso le trentadue ore di travaglio. Lei è semplicemente onesta nel riconoscerlo. Come riconosce il fastidio che procurano le carrellate di parenti in clinica e a casa, a sconquassare ulteriormente la sua esistenza. In tutto ciò, l’uomo, il padre? Non pervenuto. E questo rende tutto ancora più realistico. Ché l’uomo è ai margini, beato lui. Tuttalpiù reclama il sesso che per qualche mese gli è stato negato e la donna, tra una poppata e l’altra, tra i fastidi che ancora le procura, asseconda anche lui. Per il quieto vivere. “Storie di ordinaria maternità” è dunque la genuina mise en scène della realtà vista chiaramente dalla personale prospettiva delle autrici Carmela De Marte, Miriam Guinea e Maddalena Vantaggi. Tolto il velo dell’ipocrisia sulle cose, irrompe il dramma, cui la regia di De Marte e Vantaggi ha comunque risparmiato la tragicità, virando verso quella leggerezza e quell’umorismo che risultano la carta vincente dello spettacolo. Sulla scena, a proprio agio, Carmela De Marte ed Emanuela Filippelli. La recitazione pulita, senza sbavature.
E se proprio una critica costruttiva si vuole muovere a questa deliziosa pièce è il lento decollo di uno spettacolo che, con una minima revisione dei tempi e della scrittura, avrebbe il diritto di decollare sin dalle prime battute. Tanto risulta frizzante e brioso mentre sfata i miti di un universo femminile non sempre votato al martirio.
La rassegna “Fuori Scena”, negli spazi aperti del teatro Dei 3 Mestieri, prosegue il prossimo giovedì con le storie sparse e all’apparenza senza filo logico di Marco Cavallaro, autore e attore di “Una serata come viene”.

Una struttura che potrebbe essere tranquillamente casa o gabbia. Un giovane che sul balcone si agita, coordinando a fatica i movimenti ma ben articolando le parole. Ché non sempre il corpo e la mente procedono di pari passo. Giù la madre, che alla disabilità del figlio non s’è mai rassegnata e che pertanto chiede continuamente la grazia alla “Madunnuzza”, raccogliendo punti in quella Fidelity card che dovrebbe assicurarle la benevolenza del cielo. E sono sogni sopra e sotto. Darex indossa la maglia numero 11 della nazionale e immagina di calciare il rigore decisivo, o tuttalpiù di lasciare questo brutto mondo alla maniera dei grandi campioni della Formula 1. La donna attende quel miracolo in grado di restituire la normalità al figlio. Ma qual è la normalità? E chi si arroga il diritto di segnarne il limite? Chi, nella diversità comune a tutti ha etichettato solo pochi?
Dal balcone Darex vede il lungomare. E vede chi vi passeggia, chi possibilmente non si è mai posto il problema della diversità, chi addirittura occupa lo spazio riservato alla sua auto. Vede i suoi fratelli, normali. Vede molto di ciò che a lui è stato negato. La rassegnazione dapprima sembra non appartenergli. Lui che si arrabbia, che pure bestemmierebbe se la madre non gli impedisse di completare le frasi. Lui che quasi odia, e di un umanissimo odio, la normalità degli altri. Uno dei pregi della garbata drammaturgia di Nella Tirante e dell’altrettanto garbata regia di Roberto Zorn Bonaventura è l’assenza di quel falso buonismo che troppo spesso genera la disabilità. Qui, invece, la crudezza di Darex, del quale Gianmarco Arcadipane restituisce sulla scena ogni singola sfumatura, è destinata finanche a impattare con la snervante e quella sì posticcia mansuetudine della madre, ella stessa incapace di arrendersi alla realtà.
Imbastire uno spettacolo sulla disabilità richiede coraggio, ma richiede soprattutto quella lucidità registica che rifugga le virate verso il pietismo e al contempo delicatamente si àncori ai fondali della realtà meno adulterata. Questo è riuscito a Bonaventura, cui del resto si riconosce la capacità di sfrondare del superfluo la scrittura e di curare la messa in scena senza troppo ingioiellarla. “Fidelity card” ha tutta l’aria d’essere un’istantanea sull’uomo, ancor prima che sul disabile. Tanto risultano universali, non recando tracce visibili di diversità, i personali drammi di Darex e della madre. Come a voler sussurrare, ed è un effetto bellissimo, che disabili siamo tutti; senza eccezione votati alla sofferenza; santi e martiri insieme, in un universo che è solo terra e quasi mai cielo. Quando Darex Durante inventaria gli interventi che ha subìto parallelamente gioca la sua partita nella nazionale dei suoi desideri. Nel fantacalcio però puoi permetterti di scegliere, nella vita mai. Questa l’amarezza che ne deriva e che supera i confini della disabilità per accomunare tutto il genere umano. Il pregio maggiore di “Fidelity Card”, vincitore al Festival I Teatri del Sacro 2017, è quello di aver mirato più all’accettazione di sé come individuo che non alla rassegnazione del disabile innanzi al destino messosi beffardamente di sbieco. È altresì l’inno, quanto si voglia triste, alla vita di chi al niente antepone novantanove anni di esistenza a guardare il lungomare, o a sognare.
Darex è guida di sé, a differenza della madre che si muove lungo le direttrici segnate da Radio Santissima. Darex è fondamentalmente libero nel suo corpo malandato, più libero di chi non vive, sperando nel miracolo. Il primo nemico dell’uomo è l’uomo. Solo dopo ci sono i santoni, poi ancora il demonio. E per Darex, si badi bene, El diablo è solo una delle sue canzoni preferite. Darex sa essere persino cinico quando si trova al cospetto di Dio e parla a un uomo da uomo. Il suo Dio illude. Ma il suo Dio è obiettivamente un grande campione, uno che resta, che non scappa.
Darex non si aggrappa alla speranza del miracolo, semmai si nutre dei sogni per affrontare la realtà. Ha un Super Tele da adoperare e sempre un nuovo rigore da calciare, per chiudere la partita.
Alla madre, quando non ne può più, rimprovera d’aver avuto sempre fede nei santi e mai in lui. L’urlo della ragione contro la superstizione di quell’universo popolare che i costumi e la scenografia di Cinzia Muscolino hanno magistralmente riprodotto sulla scena, con una cura estrema del particolare nella più generale barocca pomposità del sacro. Quando Darex si appresta semplicemente a vivere non v’è disabilità che possa impedirgli di volare. Basta crederci. Che poi tutto sarà più o meno facile, più o meno sopportabile, più o meno brutto, conta tuttavia provare a passeggiare sul lungomare e lì, tra la folla, sentirsi unici. Non diversi, unici. “Il Cortile – Teatro Festival”, organizzato dall’associazione “Il Castello di Sancio Panza”, con la direzione artistica di Roberto Zorn Bonaventura e la collaborazione di Giuseppe Giamboi, continua a riscuotere grande successo e pure in occasione dello spettacolo “Fidelity card” registra il tutto esaurito. Prossimo appuntamento il 6 agosto con la prima nazionale dello spettacolo di e con Simone Corso “Lo scoglio del Mannaro”.

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