Sarà Edace Live music, il concerto di Erica Filocamo in programma venerdì 22 giugno alle ore 21.30, ad inaugurare la stagione estiva “Fuori Scena” del Teatro dei 3 Mestieri. Il direttore artistico Stefano Cutrupi e il direttore amministrativo Angelo Di Mattia si apprestano a vivere la terza stagione estiva del Teatro dei 3 Mestieri che rappresenta una vera e propria oasi culturale nel deserto della periferia sud di Messina proponendo spazi esterni totalmente rinnovati,con una struttura in legno e corde a copertura della platea. In questi anni il Teatro di via Roccamotore ha lavorato alacremente per accrescere l’offerta formativa e al contempo proporre spettacoli di qualità, frutto di importanti collaborazioni con registi e artisti locali e nazionali. Anche la rassegna “Fuori Scena” conferma questa “scelta”, vantando un cartellone di alto livello che si compone di 10 spettacoli e che si concluderà il 23 agosto. Tra questi si segnala il 12 e il 13 luglio l’attesissimo ritorno dello spettacolo “Scene con fermate” di Domneico Loddo con Silvana Luppino, Milena Bartolone, Paride Acacia, Tino Calabrò, Stefano Cutrupi e Domenico Canale, con la regia di Christian Maria Parisi. Una Produzione Teatro Primo nel solco della consolidata collaborazione tra i due teatri separati dallo Stretto.

Ancora, “Appunti di (Dis)educazione” il 19 luglio, con Mariapia Rizzo e Stefania Pecora (Produzione Teatro dei Naviganti). A rimarcare il lavoro “in rete” fra le diverse realtà Off cittadine. E, tra una tappa e l’altra dei suoi lunghi tour nella penisola, il siciliano Marco Cavallaro con l’esilarante “Una serata come viene” il 9 agosto. Gli spettacoli di “Fuori scena” si svolgeranno ogni giovedì, fatta eccezione per il primo spettacolo (venerdì 22 giugno). Prima di ogni spettacolo sarà possibile consumare un apericena a partire dalle ore 20.30.  Si parte venerdì 22 giugno con la “CantAttrice” siciliana Erica Filocamo, una cantautrice che recita e decide oggi, dopo numerose esperienze teatrali e musicali, di regalare al pubblico uno spettacolo di Teatro-Canzone, scritto in collaborazione con Domenico Loddo e prodotto dal Teatro Primo di Villa San Giovanni. L’ingresso a questo spettacolo è a contributo libero.

Ecco il programma completo della rassegna estiva “Fuori Scena”:

22 Giugno

Ingresso a contributo libero

Musica dal Vivo

EDACE Live

Erica Filocamo in concerto

28 Giugno

UOMO MATURO

Di e con Steve Cable

Produzione Teatro Argentum Potabile

5 Luglio

ZAMPALESTA U CANE TEMPESTA

Spettacolo di burattini tradizionali calabresi

Di e con Angelo Gallo. Scene, burattini Angelo Gallo

Produzione Teatro della Maruca

12/13 Luglio

SCENE CON FERMATE

Dialoghi all’indomani dell’oggi nell’impossibilità di essere ancora ieri

Di Domneico Loddo

Con Silvana Luppino, Milena Bartolone, Paride Acacia, Tino Calabrò, Stefano Cutrupi e con Domenico Canale

Regia Christian Maria Parisi

Produzione Teatro Primo

19 Luglio

APPUNTI DI (DIS)EDUCAZIONE

Con Mariapia Rizzo e Stefania Pecora

Produzione Teatro dei Naviganti

26 Luglio

LE PETIT TAP

Di e con Anna Saragaglia

2 Agosto

STORIE DI ORDINARIA MATERNITÀ

Di Carmela De Marte, Miriam Guinea, Maddalena Vantaggi

Con Carmela De Marte e Maddalena Filippelli

Regia Carmela De Marte, Maddalena Vantaggi

Produzione MalaUmbra Teatro

9 Agosto

UNA SERATA COME VIENE

Di e con Marco Cavallaro

Produzione Esagera Produzioni

16 Agosto

CUERPO DE ALMA

Scritto, diretto e interpretato da Donatella Venuti

Con Arcadio Lombardo alla chitarra

Produzione Teatro di Morman

23 Agosto

CANTO-AUTORI

Un viaggio da nord a sud dell’Italia in compagnia dei suoi cantautori più amati…tutti in un solo concerto

Luigi Restivo: Voce e Monologhi

Roberto Bonasera e Davide Scimone: Chitarre Acustiche

Maria Pia Favasuli: Basso

Simone Bombaci: Batteria e Percussioni

Daniele Testa: Violino

(Inizio spettacolo ore 21:00)

Apericena a partire dalle 20:30

Inizio spettacolo ore 21:30.

Rinunciando alla chiacchiera e all’urlo, come del resto alle scenografie, ai costumi, alle musiche e all’azione, Pier Paolo Pasolini aveva spazzato via in un sol colpo teatro borghese e anti-borghese, puntando tutto non già sui personaggi, ma sulle idee. E, tra tensioni, rifiuti, sperimentazioni stilistiche e linguistiche, aveva dato vita al cosiddetto “teatro di parola”. Molteplici piani di lettura a seconda dei fruitori, più o meno attrezzati. Il rimando esplicito al teatro della democrazia ateniese. L’altrettanto esplicita pretesa di mettere in scena il vero, eccentricamente filtrato dall’arte. La tragedia greca quale imprescindibile punto di riferimento. Entro queste coordinate si svolge l’attività teatrale di Pasolini, dalla cui penna sgorga , tra le altre, “Affabulazione”, la tragedia in versi liberi pubblicata per la prima volta nel 1969 nella rivista “Nuovi Argomenti”.
Un lungo racconto in otto episodi più un prologo e un epilogo, per narrare le vicende un po’ indecenti di una famiglia chiusa nel proprio claustrofobico universo. Una tragedia che finisce ma non comincia. Lo scontro generazionale in quegli anni Sessanta che mettevano ogni cosa in discussione. L’esperienza autobiografica dell’autore a sorreggere la scrittura. Le fratture emotive, i drammi intimi, gli eccessi. Ché tutto è amplificato nel teatro pasoliniano della parola, ché tutto però sembra paradossalmente vero. E qui si inseriscono le riflessioni intorno all’intellettuale e all’uomo d’azione Pasolini dalle quali parte Giovanni Boncoddo per accostarsi al testo e dare ancora vita a certo teatro.
Ultimo spettacolo della rassegna Laudamo Show Off alla sala Laudamo, “Affabulazione” nell’adattamento di Boncoddo è la riguardosa messa in scena di un mondo spietatamente attuale. L’attrazione e la repulsione tra padre e figlio è metafora di divario tra passato e futuro, spunto per quella riflessione sul presente alla quale il regista non si sottrae. Di contro, agli attori è spettato il compito di riconquistare sulla scena l’artificio, per mantenere vigile lo spettatore e impedirgli una fruizione solo emotiva della tragedia. Nessuna deroga pertanto alla correttezza formale e a una grammatica interpretativa che sfuggisse all’immediatezza.
Le luci di Vincio Siracusano rispondevano quindi a quell’idea beckettiana di uno spazio scenico artificiale che mai rimandasse alla realtà. Il teatro diventava un luogo mentale. A Enzo Cambria, Tonino Cannuni, Daniela Conti, Gabriele Crisafulli, Ferruccio Ferrante, Peppe Galletta, Ersilia Gullotta, Lucilla Mininno, Luca Stella e Damiano Venuto si è aggiunto Tony Canto, che di tanto in tanto spargeva nella sala le sue preziose note.
Si riconosce a Giovanni Boncoddo un attento lavoro di regia. Non si trattava di un’impresa semplice e la drammaturgia di Pasolini richiede di fatto agli spettatori una quanto meno sommaria conoscenza dell’autore. Forse è per questo che il teatro di parola al quale pensava uno dei più grandi intellettuali d’Italia cozza alquanto con l’analfabetismo culturale attuale e rischia dunque di perdersi tra i meandri di quella fruizione spiccatamente elitaria dell’arte che Pasolini aberrava.

Momento conclusivo del percorso annuale, l’ultimo saggio della scuola Dei 3 Mestieri anno 2017/18 è stato l’esilarante spettacolo “La torre dei disperati”, grazie al quale si sono cimentati sulla scena Angelo Di Mattia, Giusi Di Fazio, Letizia De Cola, Mauro Di Giorgio, Melina Morabito e Tiziana Moresca. A dirigerli Stefano Cutrupi, cui va il merito di aver calibrato messa in scena e personaggi sulle inclinazioni e sulle attitudini dei partecipanti, privilegiando l’aspetto ludico e aggregativo ma al contempo esigendo quell’impegno che il teatro, a qualunque livello, richiede. Sei aspiranti suicidi su una torre, sei vite dalle quali volentieri congedarsi. E la morte, come extrema ratio, che risulta un orizzonte da condividere, il pretesto per mettere in relazione le più disparate, e disperate, solitudini. Ne derivano fitti scambi di battute, situazioni tragicomiche e dissennate riflessioni esistenziali.
Il pubblico si diverte e gli attori pure. Questa del resto una delle finalità del lavoratorio teatrale per adulti, che allo spettacolo conclusivo assegna il compito di tirare le fila d’un percorso comune di potenziamento delle capacità espressive verbali e non verbali, di condivisione, finanche di conoscenza di sé. E non si arrestano sull’ultimo saggio le attività del teatro Dei 3 Mestieri. Gli spazi all’aperto di via Roccamotore, da quest’anno attrezzati con una struttura in legno e corde a copertura della platea, accoglieranno da venerdì 22 i dieci spettacoli della rassegna estiva “Fuori scena”. Fatta eccezione per il primo, ogni giovedì, in quella zona di Messina ove certo non abbondano le iniziative culturali, si avrà modo di trascorrere piacevoli serate all’insegna della musica e del teatro, con la possibilità dell’apericena a partire dalle 20:30. Primo appuntamento “Edace. Live music”, il concerto di Erica Filocamo, cantautrice e attrice teatrale siciliana, a inaugurare la stagione. A Stefano Cutrupi e Angelo Di Mattia il merito di crederci, di non fermarsi innanzi agli ostacoli e di fare tutto ciò in questa Messina che oggi, da nord a sud, ha più che mai bisogno di respirare vero teatro.

Prendere per il bavero l’uomo è l’intento che manifestamente muove Lelio Naccari. Farlo con grazia e con pregevole disinvoltura dipende però, oltre che dalla sua scrittura e dalla sua stessa impronta registica, da una combinazione armonica di ingegnosità: le scenografie digitali di Vincio Siracusano, le musiche dal vivo originali di Dario Naccari, la presenza sulla scena della ballerina Tamara Cutugno, la grafica e l’illustrazione di Claudio Naccari. È questo un teatro che si nutre della contaminazione, che mescola appunto la costruzione a freddo delle immagini tecnologiche alla materialità calda dell’attore sulla scena. L’effetto è strabiliante. Ché sono forme e inusitate possibilità offerte all’estro per confezionare una dimensione tutta nuova, un’autentica sospensione dalla realtà.
“Famoso. Per un pugno di like”, andato in scena alla Laudamo nell’ambito della rassegna Show Off, risponde così al bisogno di gettare uno sguardo lucido sulle cose e di farlo, però, senza alcun imbarazzo. Senza la pretesa di giudizio. Senza il peso di alcuna responsabilità.
Si discetta pertanto sulle umane miserie, su un pianeta terra che diventa avanspettacolo per chi si limita a osservarlo da una prospettiva altra.
Il singolo si è lasciato sopraffare dalla moltitudine, per rimanere solo e senza un metro personale di giudizio. Con l’urgenza semmai di ottenere il riconoscimento dalla massa, con la consapevolezza ben più grave di esistere solo attraverso gli altri. Non ci si salva, nel mondo 2.0, da soli. E non v’è fede che possa schiudere orizzonti spirituali. Come non v’è alcuna certezza della meta, alla fine del viaggio.
Chi siamo quando nessuno ci vede?” è il mesto quesito che ci si pone quando si prende coscienza di non poter essere nella trasparenza. Urge pertanto la formula che costruisca l’identità, a suon di parole, meglio se poche e maiuscole, che possano attirare like. I silenzi ora fanno orrore. I silenzi schiudono le porte al mistero, e il mistero fa paura. Elemosinare amore a un mondo che non si ama è un paradosso, ma è il solo rimedio possibile al bisogno di esistere. Ci si affida finanche ai consigli di Gesù Cristo, che sembra Paride Acacia ma non lo è, ma pure lui non è che ben si orienti su questa terra. Tant’è che blatera parole senza senso, non crede negli altri, ripone fiducia solo in sé stesso e non disdegna la solitudine. Il libero arbitrio spappolato tra un social e l’altro, dove chiunque può scialacquare parole. Il libero arbitrio nel voto a Berlusconi, nel programma in vista delle elezioni a suon di passi più lunghi della gamba, nella possibilità di pascolare liberamente sul pianeta o in quella di entrare in bagno e sparire.
Gli incontri umani diventano scontri: un padre e un figlio, il signor Rossi e il Buzzurrus. Poche parole, de visu. Ché fuori dal mondo virtuale la comunicazione è praticamente impossibile. Sullo sfondo Messina. Ove servisse dare un nome al caos. Tutti annaspano, annegano. Tutti hanno la loro “vita di merda”. E nel caso non ne avessero una o non fosse abbastanza “dimerda” ci penserebbe la Famoso corporation a compiere il resto dell’opera. Una carrellata di pochezza insomma. Ma a teatro anche la pochezza può avere il suo momento di gloria. Ragionare sull’uomo senza darlo esplicitamente a vedere e usufruendo della stessa tecnologia che l’ha risucchiato è un metodo senz’altro vincente. A Lelio Naccari il merito di averlo sperimentato, paradossalmente se vogliamo, nell’unica dimora della vita vera che resta: il teatro.
Una compagnia di attori, guidata dalla contessa Ilse, decide di rappresentare “La favola del figlio cambiato”. Ultimo avamposto d’una civiltà che trascura l’arte, villa La Scalogna sembra essere l’unica dimora possibile. “Come agli orli della vita”, un gruppo di disadattati prova lì a mescolare sogni e realtà, fabbricando fantasmi nell’oscurità, operando prodigi, allestendo il sempiterno spettacolo dell’invisibile.
Ma questa Corte dei miracoli non convince la contessa Ilse, anzi la inquieta. Restano i giganti della montagna, impantanati, loro sì, nella realtà materiale e, per questo, avulsi dal Bello al pari della civiltà che la compagnia si era lasciata alle spalle e che non aveva riservato una calorosa accoglienza alla favola.
L’arte è destinata a morire e, insieme a essa, chi la insegue. Questo il testamento artistico di Luigi Pirandello nel dramma incompiuto che il figlio Stefano provò a ricostruire. E questo l’omaggio al teatro e all’arte in genere che il regista messinese Daniele Gonciaruk ha portato ieri in scena con i suoi allievi attori al teatro Savio. Un’opera imprescindibile per chi si appresti a muovere i primi passi sul palcoscenico. La metateatralità come pretesto per una riflessione sulle finzioni della realtà sensibile.
Pina Battiato, Nicola Bombaci, Marco Dell’Acqua, Andrea De Francesco, Eleonora Cicciò, Kevin Finocchiaro, Mara Giannetto, Simone Le Donne, Aurora Macrì, Alessandra Mancuso, Giovanni Mazza, Rosalba Orlando, Rosario Popolo, Matteo Quinci, Ella Recupero, Alessandro Scipilliti hanno accettato la sfida e si sono ben destreggiati sul palcoscenico scricchiolante del Savio. Perfettamente a proprio agio nei panni confezionati per loro da Santi Macchia, sono risultati un tutt’uno con le scenografie di Arsinoe Delacroix e Riccardo De Leo. Ché tutto contribuiva a ricreare quell’universo sospeso ancora capace di accogliere l’arte, l’immaginazione, il sogno.
Riduzione, adattamento e regia lasciavano trasparire il lecito intento di Gonciaruk di temperare il dramma pirandelliano, affinché tutto accadesse con solerzia in poco meno di un’ora. E tutto potesse restare lì, sospeso, in quell’anfratto di mondo che solo l’immaginazione può avere la presunzione di creare. Lì dove l’arte è ancora possibile. Lì dove Pirandello avrebbe probabilmente voluto per sempre abitare.

Predomina il rosso dei drappi che separano due spazi concretamente e simbolicamente antitetici. Da una parte il buio, dall’altra la luce. Ed è qui che su una pedana obliqua giace, come addormentato, Miguel de Cervantes. Gli indumenti logori e della medesima tonalità dei drappi alle sue spalle. La mano sinistra fasciata a penzolare e contestualmente a stringere un contenitore cilindrico di manoscritti. Vesti e pelle sudicie. L’immobilità appena importunata da impercettibili movimenti che ne certificano la vita. Quando si consegna alla luce e, da quella medesima pedana su cui è adagiato Cervantes, s’appresta a sproloquiare, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio interrompe la quiete dello scrittore spagnolo. Messina, chiesa di Santa Maria Alemanna. La battaglia di Lepanto alle spalle, la peste appena fuori dalla porta. È un lazzaretto quello che i due artisti eleggono a momentanea dimora e, come tale, non contempla la possibilità di entrarvi e uscirci a piacimento. L’incontro tra i due avviene sul terreno obliquo dell’anima, salendo e scendendo dalla pedana obliqua, spargendo infiniti di verbi che traducono sì il disagio esistenziale ma che pure sussurrano quell’umanissima bramosia del vivere. Resistendo alla morte.
Queste le premesse di quell’umano certame che si disputerà sul terreno dell’arte e della vita, zone entrambe imperscrutabili, zone d’ombra e di luce, di incertezza, di tormento, di segregazione. La quarantena è un’occasione, al contempo metafora del generale isolamento dell’artista, cui la società d’ogni tempo di rado ha dato il giusto riconoscimento. Cervantes e Caravaggio sono gli esempi estremi, per reciproca indole e trascorsi, di anime votate alla tribolazione. L’uno vaga cercando il suo personaggio, dribblando il reale e cercando rifugio nel sogno. L’altro si àncora a una realtà che di fatto lo disdegna, eppure è determinato nella ricerca di un luogo in cui potersi finalmente dire salvo. Cervantes sa ascoltare, Caravaggio guardare. È la specificità sensoriale di due uomini che esprimono in maniera differente la propria arte e che tuttavia condividono il medesimo confino. Non prestano ad altri i propri occhi, si affannano da soli per determinare le loro identità. Cervantes insegue Don Chisciotte e ne è a sua volta inseguito; Caravaggio si appropria delle altrui sembianze e le rende sacre. Consustanziazione e transustanziazione, all’infinito.
Cervantes proteso verso il sogno; Caravaggio perennemente intento a intrattenersi col vero. Mentre respirano, sentono, sono sulla scorta di ciò che dipingono o scrivono. Fuori il frastuono. Dentro la confessione. Cervantes a credere nella prospettiva, Caravaggio a demolirgliela. Questo a scampare la morte, quell’altro a reclamare al personaggio ancora e ancora vita. Lo scambio dialettico, il confronto, avanzando e indietreggiando, sproloquiando e lasciandosi travolgere dalle parole altrui, tutto quel che accade. Poi ci si mescola. Ci si amalgama per bene in quel rifugio predisposto per la malattia ove paradossalmente il contagio è letale. Caravaggio, col volto imbrattato di colori, imbratta il volto di Cervantes, appena nominato cavaliere. Ché come doveva essere è. Ché la guerra da combattere non è mai la stessa. Ché il cammino umano è sempre lastricato di incertezze. Ché tutto sembra finalmente convergere, anche lì dove la morte riporta al silenzio. Dove a chiudere il cerchio ci pensano i verbi all’infinito. Dove non v’è mai solo buio, o solo luce, o solo ombre.
Questa la sintesi, senza alcuna pretesa d’essere esaustiva, di “Quarantena. Chiostro-interno-notte-Cervantes/Caravaggio”, ultimo appuntamento della V stagione di Atto Unico. C’era talmente tanto tra le pieghe della scrittura di Auretta Sterrantino che sarebbe impensabile estrapolarlo dall’unico spazio in cui la drammaturgia trova la sua stessa ragione d’essere: il teatro. Certo è che d’un così lirico testo sono stati degni interpreti sulla scena gli attori Michele Carvello e Marcello Manzella, entrambi a comunicare l’essenza d’una avventura umana con quell’urgenza di essere e di dire che anima la recitazione pura e fugge l’esibizione di maniera. Lo straniamento all’occorrenza, nulla che non fosse giustificato dal contesto e dai contenuti. La fisicità costantemente al servizio del codice verbale.
E, nella duplice veste di autrice e regista, Auretta Sterrantino ha fatto sì che il lavoro scenico desse proprio l’idea di esser germogliato da un’autentica intima necessità intellettuale. Alla base una precisa percezione del mondo, dell’arte e dell’uomo. Assistente alla regia Elena Zeta, le scene e i costumi di Valeria Mendolia il disegno luci di Stefano Barbagallo e le musiche, volutamente sporche come sporchi erano Cervantes e Caravaggio, e come sporca è la vita, di Filippo La Marca. Dulcis in fundo, il plauso all’idea di Stefano Barbagallo e Auretta Sterrantino, preludio a tutto quel che è poi andato in scena. Ché le idee sono sempre l’ultima frontiera da abbattere, quando si resiste.

Mentre una fenomenale Cecilia D’Amico chiude la stagione 2017/2018, il teatro Dei 3 Mestieri già attrezza gli spazi esterni per accogliere la rassegna estiva. In sintonia con le prime giornate veramente calde sulle rive dello Stretto, quando ormai aleggia nell’aria il buonumore che prelude all’estate, il Vaga Show ha portato un’ulteriore ventata di allegria. Veri e propri sketch, scritti da Cecilia D’Amico e Chiara Cucci, per far funzionare i quali l’artista romana ha adoperato quella energia smisurata e dirompente che possiede, strappando un mare di risate agli spettatori.
Vincitore di diversi premi, tra cui il prestigioso Bravograzie 2014, il Vaga Show è un delirio frenetico di personaggi neppure troppo caricaturali se si considera che, al tempo dei social, siamo un po’ tutto la parodia di noi stessi. Personaggi che hanno evidentemente assorbito il malessere globale e l’hanno tramutato in personali nevrosi, ansie, ossessioni, fobie. E per tutti loro c’è lei, la psicoterapeuta in carriera che disserta sulle “relazioni umane personali e impersonali, di genere x, y o altro, nazionali e internazionali, reali o virtuali, animali, vegetali e minerali. Insomma relazioni”. Ché dietro ogni angolo, oggi, c’è una psicoterapia pronta a dare un nome alle tue anomalie, a correggerle, a inseguire insieme a te quel briciolo di normalità che pare perduto per sempre. E chi meglio dei pazienti può avvalorare le teorie della psicoterapeuta durante una conferenza?
Cecilia D’Amico veste così i panni di Mara, trentenne single alle prese con un’appuntamento galante, di Margherita Sindrome, ipocondriaca, affetta da chattofobia compulsiva e disturbi ossessivi. Una vita sui social e la paura costante della fuga. Degli altri. Che se ne vanno senza parlare.
E c’è Ilaria, forzatamente crocerossina alle prese con un fidanzato, stalker, da accudire. C’e Filippo, dell’associazione di volontariato “Abbracciamo il mondo” di Desenzano del Garda. C’è la vegana e c’è la cuoca che odia i vegani. E c’è tutto un mondo che pullula di incertezze, che quando non trova nei link la risposta agli interrogativi della vita si affida ai consigli, nemmeno troppo a buon mercato, della psicoterapeuta di turno.
Un cumulo di banalità, di luoghi comuni e di non luoghi della mente, che assegna al corpo e alla voce di Cecilia D’Amico il compito di vomitare quella inconciliabilità con le cose e con il mondo che solo un sano humor può privare di certa gravezza. Quando, tra una risata e l’altra, la psicoterapeuta offre anche allo spettatore la soluzione per dribblare gli ostacoli della vita, ci si ritrova tutti con la manina destra alzata, a mo’ di saluto.
Ma per sapere chi o cosa salutare, onde evitare di restare impigliati tra le maglie di relazioni umane nocive, Cecilia D’Amico e il suo Vaga Show saranno ancora oggi a vostra disposizione nella replica delle 19 al teatro Dei 3 Mestieri.

“Un appuntamento dovuto quello che ho richiesto all’assessore regionale al Turismo e Spettacolo, Sandro Pappalardo, per discutere della situazione del Teatro Vittorio Emanuele”, così la Presidente del Consiglio Comunale e candidata sindaco nella lista “LeAli Progetto Per Messina”, Emilia Barrile. “Nella mia veste di Presidente del Consiglio Comunale vorrei avere un’idea più chiara circa lo stato dell’arte delle cose. L’8 gennaio si tenne a Palermo un incontro importante e da allora non mi pare si sia mosso molto. Mi chiedo che ne sia del membro del CdA del quale non mi pare sia mai arrivata l’attesa nomina; così come anche mi domando che ne sia della revisione della pianta organica rispetto alla quale mi pare manchi il parere da Palermo; per non parlare dei fondi Furs per gli anni 2015 e 2016 e della nomina di un direttore amministrativo. Chiederò un colloquio anche al Presidente Fiorino e al Sovrintendente Bernava per poter fare il punto sulla situazione che vorrei fosse affrontata con chiarezza una volta per tutte”, conclude.

La sapienza artigianale, il dialogo genuino con la drammaturgia di Cechov, la capacità di rigenerare in forme e sostanze nuove il testo, nonché la pregnanza del contributo a una migliore conoscenza della natura umana, mai trascurando la linea filologica atta a tutelare la più pura adesione all’originale, sono alcuni dei pregi di un’operazione che si compie solo dopo una lunga frequentazione del teatro. Allora ci si può permettere, e molte volte con esiti strabilianti, di abbandonarsi a quell’intima libertà creativa che innesca la dialettica tra mondi estetici e semantici differenti.
Ed è questo il caso di Domenico Cucinotta che, nello spettacolo conclusivo della master class 2017/2018, ha scelto di volare alto con “Il gabbiano” di Cechov, compiendo, a livello di regia, un intervento talmente prodigioso da valorizzare il testo nell’ottica della migliore ricezione da parte del pubblico. Il cast di attori a rispecchiare le intenzioni creative del regista, la simmetria di rapporti con lo spazio e i movimenti a produrre interessanti quadri figurativi senza il bisogno di una precisa scenografia, lo sfruttamento delle profondità, l’uso della luce in funzione espressiva, in sintesi la rappresentazione in modo teatrale delle opere di teatro proclamata da Vachtangov.
Quando i personaggi cominciano a interagire tra loro, la gente sparsa negli spazi dei Magazzini del Sale attende ancora che lo spettacolo abbia inizio. La verità è che anche loro, gli attori, attendono trepidamente che tutto abbia inizio. C’è un giovane, Kostantin, che ha idee nuove, che mira al rinnovamento del teatro tradizionale, che non si sottrae al rischio di sperimentare. E c’è uno spettacolo che sta per cominciare. Sulle note di Chopin gli attori si sparpagliano sulla scena, senza limiti per l’occasione, senza spazi che non possano essere occupati indifferentemente dai personaggi, dagli spettatori e dal regista stesso, che quando passa finanche saluta i suoi attori. Non è questo l’abbattimento della quarta parete. Questo è invero l’annullamento di tutti i confini che individuino una soglia da non oltrepassare. È la felice commistione tra evento teatrale e azioni quotidiane voluta poco prima, quando spettatori e attori aspettavano insieme che tutto cominciasse. Il dramma che si compie, dopo la sperimentazione teatrale di Kostantin, è il frutto di reiterate e nocive dinamiche familiari, del gap generazionale tra artisti, della frustrazione, dell’amore.
Irina è una madre. E prima ancora è un’attrice che non si astiene dal deridere il figlio, tacciandolo d’essere decadente per aver semplicemente preteso di sperimentare le forme estreme della poetica simbolista mediante uno spettacolo astratto e sofisticato. Ed è un’attrice finanche quando deve trattenere a sé il proprio amante, il famoso scrittore Trigorin, invaghitosi della giovane Nina. Non ci si dilunga sull’intreccio né si ha la pretesa di districarne la fitta trama in poche righe. Si sottolineano semmai la scomposizione e la ricomposizione di quei meccanismi del testo di cui si vuol ribadire l’assoluta centralità, per assumendosi la responsabilità di modificare i ritmi degli attori, di creare per loro un universo nuovo entro cui interagire. Milena Bartolone, Orazio Berenato, Dario Blandina, Gabriella Cacia, Gabriele Casablanca, Giuseppe Franchetti, Evira Ghirlanda, Enrica La Rosa, Stefania Pecora, Carlo Spinelli, Chiara Trimarchi, Giuseppe Zampaglione hanno chiaramente permesso che tutto ciò potesse accadere. Attori professionisti e allievi attori che hanno partecipato alla Masterclass condotta da Domenico Cucinotta con la collaborazione di Mariapia Rizzo, ospitando pedagoghi d’eccellenza quali Roberto Bonaventura e Cristiana Minasi.
Si concludono così, insieme, la stagione teatrale ai Magazzini del Sale e il percorso di formazione attoriale condotto da Domenico Cucinotta. E si concludono con una riflessione, attraverso Cechov, sull’arte e sull’ardimentoso compito dell’artista di fonderla con la vita.

Andrà in scena domenica 27 maggio con doppia replica alle 18 e alle 21, alla Chiesa di Santa Maria Alemanna di Messina, l’ultimo appuntamento della V stagione di Atto Unico. Scene di Vita, Vite di Scena. La rassegna di nuova drammaturgia chiude il ciclo di quest’anno, come da tradizione, con Quarantena. Chiostro-interno notte-Cervantes-Caravaggio, nato da un’idea di Stefano Barbagallo e Auretta Sterrantino. Una produzione targata QA-QuasiAnonimaProduzioni che vede impegnata la solida squadra tecnica della compagnia: le musiche originali sono composte da Filippo La Marca; scene e costumi sono di Valeria Mendolia; Stefano Barbagallo cura il disegno luci; Elena Zeta è assistente alla regia.

Lo spettacolo, scritto e diretto da Auretta Sterrantino, sarà interpretato da due attori diplomati all’ADDA, Accademia d’Arte del Dramma Antico della Fondazione INDA di Siracusa, lo scorso anno impegnati con Marco Baliani nei Sette contro Tebe di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa: il ruolo di Miguel de Cervantes è di Michele Carvello – recentemente visto in Atto Unico nel ruolo di Salvo in Mare Nostrum – e nei panni di Caravaggio sarà Marcello Manzella, recentemente visto nel ruolo di Emone in Emone - La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, testo di Antonio Piccolo vincitore del premio PLATEA (2016), prodotto dal Teatro Stabile di Napoli, Teatro Stabile di Roma e Teatro Stabile di Torino.

Quarantena è dedicato a un ipotetico incontro tra Caravaggio e Cervantes, la cui presenza a Messina è storicamente attestata seppur in tempi diversi. Quarantena è un omaggio ai luoghi e alla storia dell’uomo. Miguel De Cervantes e Caravaggio s’incontreranno proprio nella Chiesa di Santa Maria Alemanna, conducendo gli spettatori a viaggiare in un tempo sempre attuale e inusuale al contempo, in una gabbia di stereotipi e timori “umana troppo umana”.

«Ma al di là del pretesto, Quarantena – dichiara la regista – rappresenta una situazione di “confino” ideologico che mi sembra accomuni i due personaggi: Caravaggio è stato snobbato, criticato, smentito, non compreso dai suoi contemporanei; Cervantes allo stesso modo ha suscitato spesso reazioni discordanti che hanno diviso pubblico e critica e, soprattutto, è rimasto confinato tra le pagine del Don Chisciotte. A queste coordinate si può aggiungere la situazione di confino che vive la cultura nei nostri tempi, chiusa in un lazzaretto in agonia, in attesa che si spengano anche le ultime scintille. Se poi vogliamo per un attimo stringere il campo proprio su Messina, la situazione risulta ancora più chiara: sbandati, banditi, derisi, illusi, offesi.»

 

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